Il Tennis? E' "Cosa Nostra"  

di Egizio Trombetta - pubblicato per Matchpoint tennismagazine nel Novembre del 2007

articolo gentilmente visionato e corretto da Gianni Clerici

 

Ci sono voluti ben nove anni all’olandese Cees De Bondt per fare un po’ più di chiarezza sulle origini del tennis moderno.  Nove anni di ricerca nel passato remoto del Rinascimento Italiano per realizzare un opera straordinaria: “Royal Tennis in Renaissance Italy”, 280 pagine di storia tennistica impreziosita da 153 illustrazioni di altissima qualità. Il buon Cees, un ex insegnante di lingua inglese ora pensionato, ebbe occasione di giocare per la prima volta all’antico gioco del Royal Tennis*, che in italiano si chiama “Giuoco di rachetta”*, durante  un viaggio sulla costa meridionale britannica al Seacourt Tennis Club di Hayling Island.

L’esperienza intrigò da subito il sessantunenne scrittore olandese che seppe di non essere stato il solo a farsi contagiare dall’antico gioco. Seppe infatti della grande passione per il Royal Tennis che ebbero nel lontano passato già Enrico VIII e il Principe di Orange. Al suo ritorno in Olanda, Cees De Bondt, cercando di reperire letteratura inerente alle origini del tennis, si accorse che non c’era nulla nel suo Paese. Iniziarono così le sue faticose ricerche che lo portarono a produrre la sua prima opera interamente in lingua tedesca,  “Tennis in Holland 1500-1800”, pubblicata nel 1993. Durante le sue ricerche non poté non accorgersi della meravigliosa opera realizzata da Gianni Clerici*:“500 Anni di Tennis”. Iniziò così a realizzare quanto fossero importanti le potenzialità che il gioco aveva avuto in Italia fra il 1400 e il 1600.

copertina

Autore anonimo - 1570-1580

Il libro di De Bondt si differenzia principalmente da quello di Clerici per un motivo: “500 Anni di tennis” dedica una sessantina di pagine sulle origine del tennis,  “Royal Tennis in Renaissance Italy” gliene dedica duecentoottanta usando un linguaggio forse un po’ formale e accademico, ma accessibile anche ai lettori meno dotti. La storia che questo libro narra è affascinante oltre che ben raccontata. Storia che in primo luogo riguarda la storia dell’architettura, ma non mancano le incursioni nella pittura. C’è da premettere che per gli autori ordinari di tennis, la storia inizia nel 1874 quando il Maggiore Wingfiled decide di concretizzare la sua idea codificando un gioco che, come più volte messo in evidenza dalla letteratura più attenta, era già ben conosciuto. Lo chiamò inizialmente “Il gioco del Sphairistikè”, probabilmente a causa di quella forma a clessidra dei campi di allora (Sphairistikè  in greco significa appunto clessidra). Successivamente, però, il nome fu modificato in “Lawn Tennis, Tennis su erba”.  C’è da dire che, se il nostro amato sport avesse conservato l’enigmatico nome di  Sphairistikè ci sarebbero stati non pochi problemi di pronunzia per i cronisti contemporanei.

morte di giacinto

La Morte di Giacinto -  conservato al “Musee Thomas Henry di Cherbourg”.  Rafigura Apollo che sorregge Giacinto morente. E' probabile che il dipinto fu realizzato dal pittore francese Simon Vouet sotto ispirazione e suggerimento del poeta e scrittore italiano Gianbattista Marino, che nei giorni dell’omicidio del 1606 si trovava proprio a Roma”. Fu probabilmente il compagno di gioco di Caravaggio, Giambattista Marino, sotto stessa indicazione del pittore a tentare di diffondere il pentimento per quanto commesso…

 

Le ricerche fatte da De Bondt per realizzare il primo progetto, indussero l’autore olandese a puntare le sue successive ricerche dritte verso il nostro Rinascimento per far luce su uno sport che, fino agli inizi del novecento era chiamato semplicemente col nome che è attualmente in uso: Tennis. Fu successivamente aggiunto “Royal” dagli stessi giocatori volendo così sottolineare che solo uno era da considerarsi il gioco Reale.

Nonostante “Royal Tennis in Renaissance Italy” sia scritto in lingua inglese (è prevista un’edizione italiana nella primavera del 2008), l’opera di De Bondt  sarà apprezzata soprattutto dagli appassionati italiani, che andranno ben fieri del fatto che il nostro Paese può considerarsi a pieno titolo la culla del tennis. Nel libro è sottolineato come l’antico gioco fu popolare fra l’aristocrazia italiana negli anni che vanno fra il 1450 e il 1650 e spesso usato per accrescere il prestigio fra i vari casati rivali. In quegli anni, in tutti i palazzi aristocratici era presente almeno un campo per praticare il Royal Tennis. Si spendevano cifre da capogiro per costruire i campi di gioco, per gli ingaggi dei giocatori professionisti e per le scommesse, che riguardavano non solo i risultati delle partite ma anche gli esiti dei singoli punti!

Quindi, mentre la letteratura tradizionale ha centrato l’attenzione sul ruolo che il tennis ha avuto in Inghilterra e in Francia, “Royal Tennis in Renaissance Italy” punta ad affermare che fu proprio il Rinascimento Italiano ad essere considerato la patria natale del nostro sport.  Il libro fa immaginare al lettore come si sia svolto il processo evolutivo del Gioco della Palla, praticato dapprima nelle strade e successivamente, nel quindicesimo secolo, fra quattro mura. Si mette inoltre in evidenza il vigore culturale della famiglia D’Este a Ferrara, meritevole di aver alimentato la pratica di vari giochi, tennis compreso.

La famiglia d’Este introdusse la pratica del gioco anche come attività educativa per i bambini delle casate nobili. Il tennis fu diffuso anche in altre corti principesche quali  quelle dei Monfeltro, dei Della Rovere di Urbino, i Medici di Firenze, dei Gonzaga di Mantova e fra i cardinali allora residenti a Roma. Nel libro di De Bondt si fa regolarmente riferimento all’opera di Antonio Scaino di Salò, il Trattato del giuoco della palla, pubblicato nel 1555, che codificò con regole più precise un gioco che era diventato motivo di dispute fra i vari casati.

Le frequenti visite, che i principi italiani si facevano vicendevolmente, innescarono spesso una rivalità molto aspra tra loro e quindi il famosissimo manuale di Scaino costituì appunto uno strumento preziosissimo per la pace messa a repentaglio dall’appassionante giochetto. Il Trattato del giuoco della palla permise, oltretutto,di distinguere il gioco che continuava ad essere praticato in modo grezzo per le strade d’Italia e quello che invece oramai prendeva una fisionomia sempre più precisa fra l’aristocrazia di quel tempo.

Sebbene il libro richieda al lettore un grande salto d’immaginazione per ricostruire la realtà sportiva dell’epoca, l’opera di De Bondt fornisce all’appassionato delle ottime basi per andare ancora oltre e poter dunque proseguire, volendo,  a scavare sempre più in profondità in un passato ancora tutto dorato.

Egizio Trombetta

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