Suicidi per non licenziare

  

26.05.2009. L’articolo proposto (privo dell’incipit originale), pubblicato su “L’Altro” Sabato 23 Maggio 2009, non è certo un inno alla vita... Sebbene l’articolo sia in parte contrario ai principi che ho sempre sostenuto, ovvero che la vita valga la pena di essere vissuta in ogni situazione e in ogni condizione, ritengo che quanto scritto da Berardi Bifo meriti la massima attenzione e possa essere spunto per riflessioni. Un ulteriore prova che L’Altro, la creatura di Piero Sansonetti (ex direttore di Liberazione), è un giornale per palati fini. Il mio appunto è il seguente: “state vicini, ognuno a suo modo, a chi si trova in difficoltà, a chi sta perdendo il lavoro e dunque la propria dignità.”

 Di Franco Berardi Bifo. Quando l’intollerabile si presenta invincibile il suicidio è l’ultima possibilità che rimane alle persone libere. Il suicidio è oggi la seconda causa di morte tra le persone giovani dicono le statistiche, ma non è vero. In realtà è la prima causa di morte perché l’incidente automobilistico, che ufficialmente viene al primo posto, è in molti casi un suicidio mascherato più o meno consciamente. Le cause del suicidio sono insondabili e singolarissime, ma il retroterra comune è la disperazione che deriva dal sentimento di aver mancato l’appuntamento con la felicità. La solitudine, la frustrazione, la competitività, l’ansia, l’incapacità di essere all’altezza dei modelli che la pubblicità diffonde come imperativi assoluti – sono condizioni entro cui matura la scelta di liberarsi da un futuro orribile che sembra essere l’unico possibile. Da Roma e da Treviso giungono notizie che segnalano una irreparabile crisi della condizione umana entro le forme antropologiche dell’economia di profitto. La promessa insistente e aggressiva di felicità che ha bombardato il cervello collettivo  per un paio di decenni ora si sta rivelando una menzogna colossale: affiora la percezione angosciosa di vivere in una fabbrica dell’infelicità che produce a catena

illusione e frustrazione, stress, competizione indifferenza e paura. A Roma un lavoratore dell’Ericsson si è buttato dal sesto piano dell’azienda della quale lavorava. Negli ultimi giorni erano trapelate notizie di licenziamenti e di cassa integrazione. A Treviso, nella giornata di ieri due imprenditori, in due situazioni diverse, si sono suicidati, per non dover rendere esecutivo il verdetto che la crisi aveva dettato: licenziamento e cassa integrazione per i loro dipendenti.

Nella società in cui la brutalità è stata eretta a principio da un sindaco disumano di nome Gentilini forse questo è un segno che il sentimento di solidarietà umana non si cancella tanto facilmente.

Ma l’empatia, la solidarietà, il rispetto per i nostri simili son oggi percepiti come un lusso, una bizzarria, forse un segno di bizzarria. Se vuoi sopravvivere non devi guardare in faccia a nessuno.

Pietà l’è morta, non è forse questa la lezione che ci viene dalla vita di tutti i giorni?

Ma se muore l’empatia, se dobbiamo uccidere l’empatia per andare avanti, che razza di vita vivremo? Un’onda immensa di disperazione si sta battendo sul pianeta terra.

E’ l’altra faccia dell’ossessione consumista e competitiva che sta a cuore all’economia del profitto. Se non saremo capaci di rompere la catena psichica, motivazionale, identitaria che lega le nostre vite al reddito da lavoro, al consumismo e alla dipendenza dal danaro, quelli che si preparano saranno anni di infinita miseria psichica.

Nella crisi si lacera la tela dell’inganno in cui siamo intrappolati. Gli illusi che credono nei miti pubblicitari e nelle promesse dell’economia sono sempre più rari, sempre più ridicoli, mentre agli occhi della grande maggioranza appare chiaro che la macchina sociale è un’immensa fabbrica dell’infelicità. La via della ribellione sembra sbarrata. La precarietà taglia i ponti della solidarietà tra un lavoratore e un altro. La rabbia si trasforma in frustrazione e non c’è nessuno che possa aiutarti perché ciascuno è nella tua condizione.

Solo la libera morte sembra la via di uscita. A meno che. A meno che non ci rendiamo conto del fatto che la trappola è una trappola mentale. Non abbiamo bisogno di accettare i parametri economici come criterio della nostra vita. Non abbiamo bisogno di consumare quello che la pubblicità ci presenta come indispensabile. Non abbiamo bisogno di scambiare la nostra vita con un salario, non abbiamo bisogno di svegliarci la mattina all’ora in cui il padrone ci aspetta, non abbiamo bisogno di andare a lavorare per pagarci l’auto che ci serve per andare a lavorare per pagarci l’auto che ci serve per andare a lavorare. Non abbiamo bisogno di accettare il ricatto dei figli che chiedono di essere come tutti gli altri, infelici aggressivi nevrotici e coglioni. Ne abbiamo bisogno di accettare il ricatto delle madri e dei padri che ci chiedono di essere come loro infelici nevrotici e disposti a subire altrimenti come si fa. E alla fine, siamo onesti, non abbiamo bisogno neppure di sopravvivere se la vita è una merda orrenda. La libera morte, in condizione di intollerabile disperazione e dipendenza è una scelta intelligente e autonoma che un numero crescente di persone libere compirà, se non saremo capaci di creare zone liberate di resistenza umana. E per difendere le zone di resistenza umana sarà del tutto accettabile morire. Non per eroismo, ma per il diritto di elementare di sfuggir a tutti i costi dalla fabbrica dell’infelicità.

Commenti
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altea   |26-05-2009 13:30:33
articolo tetro;-)
Sergej   |26-05-2009 16:05:37
è un rimedio sicuro a tutti i mali.
v'è più, vedere le cose nell'ottica della
morte aiuta a spogliarsi dal superfluo e giungere all'essenziale!

leggi 'lire
26.900' di Frederic Beigbeder - da 'addetto ai lavori' il suo 'saggio' sulla
'fabbrica dell'infelicità' è illuminante!
egizio   |26-05-2009 16:32:54
caro Sergej, mi fa piacere sentirti, mi spiace che non siamo riusciti a
incontrarci per il bv. Ti ringrazio per la tua indicazione. Vorrei precisare che
apprezzo l'articolo che ho proposto, perchè scritto molto bene, ma sono portato
ad una posizione diversa nei confronti della vita in virtù delle responsabilità
che Dio ci chiede di affrontare giornalmente.

Pensa che stavo fino a poco fa
alle prese con un impegnativo dibattito con una tua connazionale... il tema è:
"libertà di espressione in Russia"... ciao
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