Caravaggio  e il Tennis Maledetto

di Egizio Trombetta  - all'interno troverete anche la versione dell'articolo scritto per matchpoint tennismagazine

28.02.2010. Un incontro di tennis o meglio di pallacorda cambiò per sempre la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, il massimo esponente della scuola barocca, a seguito del quale uccise Ranuccio Tomassoni, uomo influente e ben introdotto coi Farnese. Era il pomeriggio del 28 maggio 1606, il pittore lombardo e Ranuccio Tomassoni si accordano per scontrarsi alla pallacorda così da chiarire una volta per tutte la loro supremazia su di una prostituta d’alto bordo, la senese di nome Fillide Melandroni, di cui entrambi erano amanti. Successe a Roma, al Campo Marzo in via della Pallacorda n.5, ora lì c’è un garage in via di ristrutturazione.

Il ragazzo morso dal ramarro

Quindi una donna, o forse due, furono la causa dell’inimicizia fra i due. La seducente Fillide, che fece da modella al pittore (nel 1600 col Ritratto della Cortigiana Fillide, quadro andato distrutto a Berlino nel 1945 a seguito dei bombardamenti durante seconda guerra mondiale) e forse anche Lavinia Giugoli,la chiacchierata moglie di Ranuccio, sarebbero state la causa per cui Tomassoni e Caravaggio arrivarono a duellare.

Il ragazzo morso dal ramarro

 

 

I duelli però erano banditi a causa delle leggi «sistine» ancora vigenti, erano tempi in cui la Santa inquisizione manda a morte Giordano Bruno e Beatrice Cenci. Si doveva trovare un espediente affrontarsi e la pallacorda si prestava bene allo scopo. Secondo i piani il duello sarebbe dovuto fermarsi al primo ferimento di uno dei contendenti, senza andar oltre. L’appuntamento è vicino al campo di via di pallacorda, probabilmente proprio in Piazza Firenze.

 

Con Ranuccio c’è suo fratello, il caporione Gian Francesco, e ci sono i suoi cognati, Ignazio e Federico Giugoli. Caravaggio si fa invece accompagnare dall’architetto Onorio Longhi, il capitano Petronio Troppa, e infine c’è il famoso quarto uomo rimasto sconosciuto per tutti questi secoli. L’identità del quarto uomo venne artatamente occultata negli atti del processo sotto un discreto N.N, Nescio Nomine. È evidente che l’N.N in questione poteva essere un rampollo di una grande famiglia, un personaggio da proteggere ad ogni costo. Dai quadri d’epoca si deduce che il campo era certamente allo scoperto, mentre il pubblico poteva seguire le vicende di gioco da «tribunette» coperte stile vittoriano. In quell’incontro di pallacorda si fece uso probabilmente di racchette anche se al tempo si potevano usare in alternativa i guantoni specifici. A dividere il campo non c’era la rete, come oggi si usa, ma la corda, è da cui deriva appunto il nome del gioco, «pallacorda».

 

 

Incisione dell'epoca che raffigura il tennis di quel tempo...che chiamavano ancora: Pallacorda

 

Come viene messo in evidenza dai documenti in nostro possesso, non fu una partita di singolare, ma fu un confronto quattro contro quattro. Due giocatori posizionati più avanti, in prossimità della corda, due giocatori posizionati dietro, come si dice ai tempi nostri «a fondo campo». Ad assistere allo scontro-incontro non c’è Fillide, non c’è Lavinia e non c’è tanto meno la donna ufficiale del pittore, Lena, con cui Caravaggio trascorre l’ultima notte romana. Non si sa molto dell’andamento dell’incontro, certamente fu un incontro equilibrato anche perché sarebbe stato difficile prevalere in un campo di dimensioni così ridotte, circa 9 metri per 27 e soprattutto con otto giocatori in campo.

 

  Anonimo del 1610 - Studenti di Padova

Le occasioni per tergiversare non mancarono e alla prima contestazione il «gioco» cambiò, sempre quattro contro quattro, ma le spade presero il posto delle racchette. Il Merisi, manco a dirlo, prese in consegna proprio il Tomassoni che nella concitazione cadde in terra. L’allora trentacinquenne pittore non ci pensò su due volte e ferì Ranuccio all’inguine con la punta della sua spada con la chiara intenzione di evirarlo. Fece male i suoi conti però perché recise malauguratamente l’arteria femorale di Ranuccio. Risultò subito evidente agli occhi dei presenti che la ferita subita dal Tomassoni era gravissima. Scapparono tutti, anche il pittore fu ferito gravemente, con Ranuccio morente rimase il bolognese ex-guardia di Castel Sant’Angelo Petronio Troppa, ferito mortalmente anche lui da Gian Francesco, il fratello del Tomassoni. A soccorrere Merisi ci pensò proprio il quarto uomo, il famoso N.N, che lo trascinò non nel più vicino ospedale e nemmeno a Palazzo Firenze presso il Cardinale Del Monte dove il Caravaggio alloggiò in passato, bensì lo portò fin casa sua, a Palazzo Colonna.

 

Michelangelo Merisi detto "Caravaggio"

Alla luce di recenti approfondimenti effettuati dallo storico dell’arte, esperto di caravaggio, Maurizio Marini risulta meno oscura l’identità del Nescio Nomine: «ulteriori approfondimenti - continua Marini - ci hanno portato a concludere che il Caravaggio quel pomeriggio ebbe facile accesso a Palazzo Colonna perché stava con qualcuno di casa. Il quarto uomo fin ora protetto dagli atti dalla discrezione di un Nescio Nomine è senza dubbio Fabrizio Sforza Colonna». Risulta anche evidente che il cosiddetto quarto uomo, benché non provocò il ferimento di nessuno, ebbe premura di sparire insieme al vero colpevole: «Fabrizio si trovava in una posizione difficile - sottolinea Marini -. Il giorno precedente entrò in città da interdetto a seguito di una condanna subita l’anno precedente. Per lui essere coinvolti in un omicidio era una situazione pericolosissima». È per questo motivo dunque che Fabrizio Sforza Colonna portò in gran fretta Caravaggio a Palazzo Colonna per poi fuggire via alla volta di Zagarolo. A suffragare ulteriormente la tesi del Marini c’è un esperto di storia del Tennis, l’olandese Cees De Bondt (autore del libro Royal Tennis in Renaissance Italy): «A Palazzo Colonna - spiega De Bondt - c’è stato sicuramente qualcuno interessato al gioco della pallacorda. Nel 1610, quattro anni dopo la sanguinaria partita, fu costruito nel Palazzo proprio una sala della pallacorda, dal lato di via della Pilotta».
La gran mole dei documenti in nostro possesso e utilizzati dallo stesso Marini per la sua opera (Caravaggio, pictor praestantissimus) sono raccolti nel libro di Mons. Corradini Caravaggio, Materiali per un processo. Lo stesso Monsignore precisa: «Le mie fonti - spiega Corradini - sono state ad esempio le relazioni dei birri successive allo scontro della pallacorda. Purtroppo il faldone del processo non fu mai ritrovato». È chiaro che fu fatto sparire.

Cess DeBondt in compagnia di Maurizio Marini a seguito di un confronto sul tema "Tennis e Caravaggio"  

Il resto della vita del pittore è noto, fu costretto a rimanere lontano da Roma fino alla fine dei suoi giorni. Morì a Porto d’Ercole, in circostanze non del tutto chiare, col rimorso per quanto commesso. Rimorso che fu ben rappresentato da un dipinto del diciassettesimo secolo La morte di Giacinto. Non sappiamo con certezza chi sia l’autore del quadro del quadro in questione (da non confondere con un dipinto di Giambattista Tiepolo del 1752-1753) anche se l’olandese De Bondt ha le idee abbastanza chiare in proposito: «Ho dedicato molto tempo nelle ricerche in merito a questo dipinto - spiega -. Dall’idea che mi sono fatto è probabile che il dipinto è stato realizzato dal francese Simon Vouet sotto ispirazione e suggerimento del poeta e scrittore italiano Gianbattista Marino, che era a Roma nei giorni dell’omicidio». Il ritratto fatto allo scrittore da parte di Caravaggio nel 1600 e i sonetti dello stesso poeta a lui dedicati sono la prova evidente del rapporto d’amicizia che c’era fra i due. È probabile dunque che Gianbattista Marino tentò di far trasparire il pentimento del pittore così da intercedere in suo favore.

Quello che rimane "dell'impianto" di tennis seicentesco a via della Pallacorda  

 

Sulla falsa riga di questa storia si sviluppa la seconda parte dello sceneggiato Caravaggio, prodotto quest’anno dalla Rai in collaborazione con Francia, Germania e Spagna. Angelo Longoni, il regista del film non si è discostato di molto dalla storia reale accaduta a Caravaggio: «Sono stati necessari piccoli adattamenti. Il motivo della disputa, ad esempio, lo attribuiamo ad uno sgarbo fatto a Lena, la donna di Caravaggio. La partita di pallacorda incriminata non la facciamo vedere, ma facciamo vedere che è interrotta e inizia il duello. In precedenza nel film facciamo affrontare Caravaggio e Tomassoni in un incontro di singolare, scena che ci è servita per far crescere la tensione fra i due. Nella partita però non si fa uso di racchette ma si usa il guanto». Cosa che rende il gioco molto più simile al jeu de paume francese piuttosto che al Tennis o anche al Royal Tennis più moderno.

 

Anonimo 1570-80

È anche vero però che a quel tempo le racchette non sempre erano usate. Nonostante gli adattamenti scenici sopra menzionati, il film di Longoni costituisce un film-documento molto prezioso anche per gli appassionati della storia del pittore lombardo e più in generale di storia dell’arte.
La sapiente regia di Angelo Longoni sposata alla magia di luci di Vittorio Storaro impreziosiscono ancor di più il lavoro certosino di Lia Morandini la costumista del film: «Abbiamo preso in considerazione tredici quadri fra quelli di Caravaggio - spiega Lia Morandini, ora impegnata in Puglia nelle riprese del film dedicato al sindacalista Giuseppe Di Vittorio - sono stati oggetto di studi tredici dipinti dal Ragazzo morso da un ramarro fino ad arrivare ai dipinti del periodo siracusano quando il Merisi era ospite di Mario Minniti. Ci sono voluti sei mesi di studio. Per me è stato curioso scoprire come Caravaggio vestiva come il popolo, viveva con il popolo, ma poi però frequentava i nobili».
Lo sceneggiato è prezioso anche perché le precedenti opere filmografiche sul pittore lombardo sono o troppo datate (Caravaggio del 1967 prodotto dalla Rai con Gian Maria Volontà, poi Fantasmi a Roma del ’61 con la sceneggiatura di Ettore Scola, Caravaggio del ’41 con la regia di Goffredo Alessandrini e infine La madonna di Caravaggio del ’32 con la regia di G.D’Isernia) o più poetici che storici come Caravaggio di Derek Jarman. «Nel suo film dell’86 - spiega Longoni - Jarman propone la sua visione del personaggio Caravaggio in cui accentua le sue tendenze omosessuali. Lo sceneggiato tv del ’67 invece era più un’opera da studio che un film vero e proprio come quello da noi prodotto». Certo, Derek Jarmak non fu l’unico a vedere in Caravaggio come un omosessuale anche se recentemente si è dimostrato quanto fosse stato anche un gran donnaiolo. Lo stesso Marini) insiste sull’argomento dell’omosessualità: «stessa cosa si può dire del cardinale Del Monte, visto che anche a lui attribuirono tendenze omosessuali. Fu invece donnaiolo a tal punto da giocarsi la carriera ecclesiastica…».

Di sicuro il regista del Middlesex , scomparso nel ’94, non fu privo di fantasia durante la realizzazione del suo film, in tutta onestà poco godibile. Jarmak dando dimostrazione della sua estrosità e della sua passione per il mondo “pallonaro” riuscì nell’intento di inquinare la memoria del Caravaggio con scelte di dubbio gusto. Si figuri che in una scena del film, girata in un’osteria, c’è un personaggio che indossa un cappello da muratore fabbricato con la prima pagina dell’Unità e come voci in sottofondo, nella scena in osteria, fu scelta la registrazione della prima puntata della stagione 1985-86 di “Tutto il Calcio Minuto per minuto”, nota trasmissione radiofonica della Rai. Con un po’ di attenzione si riesce anche a distinguere la celebre voce del radiocronista Enrico Ameri all’opera durante un Verona-Lecce dell’8 Settembre del 1985.

 

 

Articolo pubblicato per l'Unità in verzione PDF - Clicca qui

 

Di seguito vi propongo la versione dell'articolo redatta per matchpoint tennis magazine

 

  

 

  

 

  

 

  

 

  

La copertina di Matchpoint 

 

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et   |28-02-2010 17:08:32
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