Intervista ad Andrea Dusio

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Di Egizio Trombetta – articolo realizzato in collaborazione con Caravaggio400 e Cararavaggio Pittore Maledetto. All’interno è possibile vedere il video dell'intervista girata nelle vicinanze di Palazzo Firenze. Sono proposte le immagini del famigerato luogo del duello, in via della pallacorda.

 14.03.2010. La prima volta che sentii parlare di Andrea Dusio fu nel Novembre scorso, a Palazzo Spada. Me ne parlò un giovane storico dell’arte di nome Federico Trastulli che mi stava supportando per alcune ricerche. Prima di salutarci ci accordammo per un’intervista, l’avremmo fatta nel corso del 2010, mi promise delle chicche sul mondo dell’arte, punti di visti osservati dall’angolazione di un giovane studioso che non ha pregiudizi, ma soprattutto mi promise che mi avrebbe regalato alcune sue opinioni sulla mito caravaggesco, quel mito che secondo lui si sta divorando l’artista stesso e insieme a lui molti altri artisti del passato. Prima però, si è tanto raccomandato, mi sarei dovuto leggere quel libro, di quel Dusio li, White pages, white qualcosa… come diavolo si chiama, non ricordavo mai… Da li a poco mi accorsi che quel white qualcosa era proprio sulla bocca di tutti. Si però ora me lo

ricordo bene: si chiama “Caravaggio White Album”. E pare ce l’abbia bene in mente anche il professor Claudio Strinati: Il libro mi pare buono, fatto con grande passione, con grande scrupolo. Penso che chiunque si accosti al Caravaggio sia esso uno studioso navigato o di grande esperienza, un grande filologo, l’interprete più sottile, l’esordiente, l’absolute beginner come si diceva una volta, insomma chiunque sia ho la sensazione che la materia induce allo scrittore ad un approccio di estremo impegno ed estrema serietà. Ovvero, lo scrittore che affronta il Caravaggio, vuole dimostrare di essere quello più vicino di tutti. Andrea, questo è il tuo primo libro d’arte e fai dunque intendere che hai scritto altri libri… “Ho scritto altre cose, ne sto scrivendo altre, ma non di arte. Questa è la prima volta che mi dedico sulla lunghezza di un libro ad argomenti di storia dell’arte” Spiegaci perché saresti credibile “Sono credibile perché tutti

coloro che si dedicano ad un argomento di cui sono particolarmente appassionati lo fanno con rigore filologico e con il tentativo di fare qualcosa di nuovo. Credo che in fondo meritano attenzione anche se non sono degli studiosi professionisti della materia e ne sono solamente dei cultori. La mia idea era quella di prendermi un periodo di pausa dalle mie attività professionali e dedicare cinque sei mesi della mia vita a Caravaggio, a trentanove anni, che è l’età in cui è morto, e vedere cosa ne veniva fuori facendo una specie di punto fermo di cosa penso io di Caravaggio in questo momento. E’ un lavoro perfettibile, è un lavoro dunque aperto nel senso che apre un sacco di questioni. Non vuole essere definitivo su nulla”

Perché questo titolo, White Album?

“Perché iniziando a lavorare su Caravaggio la prima percezione è che esistesse una sorta di pregiudizio determinato dal fatto che la biografia avesse un po’ schiacciato l’opera. Noi italiani non abbiamo avuto un ottocento romantico come in altri paesi. Il seicento è un po’ il nostro romanticismo, l’epoca delle vite maledette e delle biografie improbabili. Caravaggio ha finito per soffrire di una sorta di maledettismo per essere considerato prima di tutto in ragione di alcuni dati biografici, per altro controversi, che per l’opera. Il mito dell’uomo in questo senso si è mangiato l’artista. L’idea di White Album era quella di ripulire tutto questo pregiudizio di artista tenebroso e restituirlo ad una dimensione in cui si provasse a riscrivere la storia a partire dalla pittura. White richiama anche l’idea del bianco ed è quindi un richiamo subliminare ad un famoso album dei Beatles che si chiamava appunto White Album. E’ un album, fra l’altro, che non porta nemmeno il nome in copertina, è solo bianco. Noi non siamo andati sin la, ma ci siamo arrivati vicino” 

Fai spesso riferimento alla musica

“Si parto con un suonatore di viola da gamba del seicento e lo faccio proprio per far capire che cosa erano le altri arti al tempo della pittura di Caravaggio. All’epoca era una musica di occasione, si faceva per poche persone e in piccoli ambienti, la letteratura aveva una circolazione ristrettissima. Altre forme di cultura che oggi sono estremamente diffuse in quel tempo non esistevano. La forma artistica che godeva della più alta visibilità pubblica era proprio la pittura, era l’equivalente di quello che era la musica pop o le forme di arte che sono contaminate col pop.  Tantissime persone l’andavano a vedere anche al di fuori dell’ambito degli specialisti ed era l’unica forma di arte ad avere una risonanza popolare. A vedere i quadri di Caravaggio ci andavano tutti nelle chiese”

Emerge che il pittore aveva il peso politico di un giornalista o di uno showman. Importante per aiutare a consolidare il prestigio di potenti. 

“Certo, anche di un’opinionista. Si consolidava il prestigio dei potenti e il pensiero della chiesa. Caravaggio quando arriva a Roma trova una situazione nel sistema dell’arte determinata dall’influenza della controriforma, dall’esigenza di affermare un determinato tipo di religione verso un controllo delle immagini religiose molto preciso. Le immagini religiose devono essere privi di elementi sedutivi, devono essere prive di ambiguità, devono raccontare con molta semplicità e chiarezza gli assunti fondamentali della chiesa cattolica. Devono essere in poche parole uno strumento di organizzazione del consenso e di rafforzamento dei valori della civiltà cattolica. Questo indipendentemente dall’ordine religioso con cui Caravaggio si trova ad interagire nella commissione di determinate opere con diverse sfumature, tutti gli ordini religiosi con cui si ritrova a lavorare hanno comunque questo imprinting, di chiedergli un’arte che possa veicolare con molta facilità determinati valori e consolidare una determinata idea della religione”

Che idea ti sei fatto del rapporto fra Caravaggio Federico Borromeo e gli oratoriani. Mi sembra hai una visione diversa, ad esempio, rispetto a quella del professor Calvesi

“Calvesi è un grande storico dell’arte che ha contribuito a fare importanti scoperte sulla vita di Caravaggio a partire dalla ricostruzione della sua data di nascita. Come storico dell’arte soffre un pochino dell’imprinting della scuola romana che porta ad indagare le immagini cercando di attribuirgli anche un senso ideologico. In particolare ha insistito nel ricostruire dei legami molto radicati con Federico Borromeo e con l’ambiente degli oratoriani, con San Filippo Neri e Cesare Baronio. Io ricordo nel mio libro che Caravaggio viene da Milano, se fosse stato d’accordo con gli ideali borromaici a Milano ci sarebbe rimasto. Quando inizia a lavorare a Roma, grazie a importanti committenze, suscita anche l’interesse di Federico Borromeo che entra in possesso della famosa Canestra di frutta che è documentata nelle sue collezione a partire dal 1607. Io penso però che la canestra di frutta non abbia, al contrario di quello che crede il professor Calvesi, alcun significato simbolico. Credo che Federico Borromeo l’abbia acquistata e quindi conservata nella sua collezione sulla falsa riga di un suo gusto per la pittura di fiori e per le opere che riproducevano mimeticamente la realtà, senza però capire in fondo quali sarebbero stati gli sviluppi e le conseguenze del linguaggio del Caravaggio. Calvesi invece crede che per Caravaggio Federico Borromeo fosse stato un faro nella sua vita. Tutte le persone che si sono mosse attorno a lui avessero avuto dei rapporti con Borromeo oppure con gli oratoriani. Calvesi considera gli stessi oratoriani dei committenti privilegiati di Caravaggio. In realtà Caravaggio per la chiesa degli oratoriani ha prodotto una sola opera, che è la Deposizione, ora conservata alla pinacoteca Vaticana, ma l’opera era stata commissionata dal nipote affiliato di un affiliato alla congregazione degli oratoriani. Si chiama Gerolamo Vitrice che è tutto sommato estraneo all’ideologia degli oratoriani e del loro gruppo di potere e di amicizia. Un altro committente con cui ha lavorato Caravaggio, che era Girolamo Mattei aveva una sensibilità per molti versi vicina a quella degli oratoriani ma  credo che questa non sia una ragione sufficiente per ascrivere Caravaggio a quell’ambiente”

Fai riferimento ad un documento dove Federico Borromeo si esprime in termini poco lusinghieri nei confronti di un pittore. Tu ritieni che quel pittore possa essere stato proprio il Caravaggio?  Il professor Calvesi sostiene che si tratta di Valentin de Bologne

“Non è possibile per dei dati di ordine cronologico. Federico Borromeo va via definitivamente da Roma nel 1601 e Valentin de Bologne probabilmente nel 1612. Fra i due è possibile che ci sia stata una conoscenza indiretta ma sicuramente non c’è stata una frequentazione”

C’è qualche parte del tuo libro che oggi avresti scritto in maniera diversa?

“Il libro lo considero come un punto di sospensione non come un punto e a capo che contenga il mio pensiero definitivo su Caravaggio”

Il tuo libro può essere rivolto a tutti anche se ti rivolgi soprattutto a coloro che non sono proprio a digiuno di nozioni, sia su Caravaggio che della storia dell’arte in generale. Quindi, con wikipedia alla mano.. tutti possono capire tutto no?

“Per fortuna che c’è wikipedia, ecco, ma qualcuno ha anche detto che il libro sia troppo light, troppo leggero. Per certi versi è una creatura ibrida, nel senso che è accessibile alla lettura degli specialisti di Caravaggio però può farsi apprezzare da una cerchia più vasta di lettori”

Nel tuo libro fai molto riferimento al testo del Bologna

“Bologna l’ho utilizzato soprattutto per l’imprinting che ha lui nella considerazione critica di alcune fonti che vengono utilizzate dagli studiosi. Bologna è lo studioso che con più attenzione ha insistito con i riferimenti di Caravaggio ad una cultura scientifica cercando di allontanarlo dalla visione che ne aveva proposto Maurizio Calvesi. Tra l’altro Calvesi e Bologna sono praticamente coetanei. Mi sembrava interessante costruire un compendio di quelle opere dando poi un mio giudizio su quello che ciascuno di questi insigni studiosi raccontano, però filtrato da uno sguardo obiettivo e non necessariamente specialistico, scevro da impostazioni di studio che rispondano ad una corrente o ad un'altra”

Quindi molto spesso ti capita di trovarti in disaccordo sulle interpretazioni del professor Calvesi

“Lui propone sempre delle interpretazioni simboliche delle opere di Caravaggio e io sono nemico di questo tipo di interpretazione dei quadri. Ma soprattutto penso che non servano a nulla nell’interpretazione dei quadri di Caravaggio. Caravaggio è un pittore che usa come riferimento la realtà nel tentativo di restituirla in tutte le sue declinazioni, dalla mimesi delle forme naturali a quella delle azioni fino ad arrivare alla sfera dei sentimenti. Leggere un quadro di Caravaggio e dicendo per esempio che la fiscella ha dei significati cristologici secondo me appartiene a un sistema di lettura delle opere non corretta per quei tempi”

Invece mi sembra che tu trova in accordo col professor Maurizio Marini su diversi punti, come ad esempio sul fatto che il Cavadenti non sia di Caravaggio

“Ogni persona di buon senso capisce che non si tratta di un Caravaggio. La professoressa Gregori secondo me prende un abbaglio accecante. Marini conosce i dati biografici di Caravaggio come nessun altro. Il punto debole dei suoi libri però credo che sia il cercare di costruire a partire dall’identificazione di un’opera di Caravaggio che sta in questo o in quell’inventario, il dipinto che gli corrisponde”

L’attribuzione è prima ancora che una ricognizione sulla tecnica e sulle carte, una questione di occhio e di qualità. Mi spieghi questo concetto?

“In tutte le scienze e non scienze c’è una contaminazione tra gli strumenti tecnologici e di indagine e quello che è il vecchio occhio di chi lavora guardando i quadri a prescindere dalla strumentazione scientifica e anche dallo studio dei documenti. Penso che oggi vada riportata la centralità sull’analisi obiettiva e diretta del quadro prima del lavoro che può derivare da altri strumenti da altri campi di indagine. Faccio un esempio di un’acquisizione recentissima degli studi, quella relativa alla seconda versione della Cena di Emmaus che con un nuovo tipo di scanner elettronico si è riusciti ad arrivare che sotto aveva il disegno di una finestra. Secondo me il disegno di quella finestra non è pertinente col lavoro che stava facendo Caravaggio. E’ una cosa che compariva prima nella tela, non è un pentimento. Lo dico perché Caravaggio non ha mai fatto una scena di interni illuminata dall’esterno. Avrebbe dovuto cambiare completamente sistema di luci del quadro in questo senso credo che una ricognizione puntuale dell’occhio su una memoria fotografica filtrata dall’intelligenza di chi guarda un quadro sia più importante del risultato che ci danno gli strumenti tecnici”

Nel libro usi parecchi termini inglesi. E’ più cool?

“Si decisamente è più cool… appartiene di più alla cultura e al modo di esprimersi dei miei tempi. Però guarda che gli storici dell’arte amano usarne di francesi. Quindi abbiamo solo cambiato lingua…”

Il tuo libro come è logico è diviso in tre parti, come alla mostra.

“Si con grande rispetto da parte mia. La parte che mi piace di più delle opere di Caravaggio è quella relative alle sue opere pubbliche”

Puoi leggermi un brano del tuo libro che può rappresentare un po’ il tuo pensiero?

“Si intanto te lo introduco. Caravaggio quando arriva a Roma ottiene un grande successo con delle immagini assolutamente nuove che si riferiscono a delle immagini di strada dell’epoca, penso alle zingare e ai bari. Queste immagini hanno la capacità quasi fotografica di riprodurre la realtà in termini anche di eleganza pittorica che si diffondono presto nell’ambito molto ristretto di committenze privati e estremamente raffinati. Il passaggio successivo è quello di farsi commissionare delle grandi opere che vanno nelle chiese in costruzione o in completamente dell’epoca. E’ un passaggio estremamente delicato perché gli chiedono di fare una cosa che lui non sapeva fare, ovvero la cosiddetta pittura di storia equivale un pochino a quello che oggi potrebbe essere il cinema. Ovvero un racconto per immagini di fatti biblici desunti dal vecchio e dal nuovo testamento. Successivamente però farà bene anche la pittura di storia, dal periodo di Malta in poi”

Per la lettura dal libro da parte di Dusio vi rimando prego di vedere la visione video dell’ntervista 

Sostieni che fin dal suo esordio romano, Caravaggio fu attanagliato da problemi di sopravvivenza. Calvesi sostiene, ma ci sono anche i documenti a confermarlo, che aveva pure il conto in banca. Sostiene che era benestante grazie ai suoi guadagni.

“Quello che è chiaro è che aveva una vita molto dispendiosa. Non amava lavorare tantissimo, secondo me anche perché alcuni quadri gli chiedevano dei processi di riflessione molto lunga su come andavano fatti. Ha prodotto meno di altri pittori, penso ad esempio al Cavaler D’Arpino. Non ha mai avuto una bottega, aveva un’abitazione modesta. Io credo che non sia mai stato particolarmente ricco”

Il ruolo di Costanza Colonna

Si secondo me non ha un ruolo così centrale come in molti vorrebbero, è un altro tentativo di fare del Caravaggio un affiliato del Borromeo, quindi è un tentativo illegittimo”

Fai spesso riferimento a Palazzo Madama come la residenza del Cardinale del Monte. E’ un dato che io stesso mi sento di criticare insieme al professor Marini. La residenza principale di Del Monte dovrebbe essere stata nel palazzo che hai alle tue spalle

“Palazzo Firenze, si. Come dicevo prima Marini è uno straordinario conoscitore di queste cose. Penso che per molti versi Caravaggio sia stato qui a Palazzo Firenze ma sia stato anche a Palazzo Madama, di questo ne sono certo”

Fai alcune volte riferimento anche all’accademia dei Crescenzi. Da quel che ne so io questa accademia lavorava con una certa sinergie con un’altra accademia quella degli Umoristi che si prefiggeva di promuovere le novità letterarie del primo ‘600 e aveva sede a Palazzo Mancini a via del Corso a Roma. Fra loro c’era il celebre poeta e scrittore napoletano Gian Battista Marino, amico di Caravaggio. Secondo te Caravaggio ha fatto parte in qualche modo di queste accademie?

“Quello che so è che tra gli osservatori più attenti della pittura a Roma ci furono alcuni personaggi che frequentarono alcune di queste accademie, non mi sento di dire qualcosa di più. Certo è che ci sono dei personaggi che hanno avuto rapporti con l’accademia dei Crescenzi che sono gli imitatori più pericolosi che possono essere scambiati con l’arte di Caravaggio, ne avevano studiato molto bene la pittura. Ci sono in giro per il mondo alcuni quadri che buona parte dei critici considerano di Caravaggio e che invece sono legati a pittori formatisi in queste accademie. Il fatto che Marino e Caravaggio fossero amici è cosa certa. Si dice che ci fosse stata una cosiddetta spintarella di Marino nella commissione dei lavori di San Luigi dei Francesi. Credo anche però che l’accademia dei Crescenzi non vada scambiata con le committenze dei Crescenzi. Tra i due momenti storici passano una decina di anni”

Nella bibliografia leggo che c’è un libro dedicato a Galileo… cosa c’è in comune con Caravaggio?

“E’ un catalogo di una mostra dove è stato portato un’incoronazione di spine che fa parte delle collezioni di una banca toscana. Che io non penso appartengo a Caravaggio. Comunque il link fra Caravaggio, Galileo e altre personalità tipo Monteverdi penso, Shakespeare per altri versi, esiste e sono dei personaggi che nel solco di pochi anni cambiarono il volto della cultura e della civiltà europea”

Quindi sei d’accordo con chi accosta Galilei a Caravaggio in quanto entrambi padri della modernità?

“Padri di uno sguardo diverso sulle cose, non credo che Caravaggio avesse un attitudine propriamente scientifica, credo però che la sua maniera di guardare la realtà fosse appunto libera da quelle sovrastrutture ideologiche e da quelle convinzioni e credenze religiose e dunque precludeva in qualche maniera allo sguardo dello scienziato. Sono due figure di grande rottura insomma rispetto al sapere del tempo”

Come ho fatto già notare pare che Caravaggio e Galilei avessero anche qualcosa d’altro in comune. De Bondt, uno studioso olandese, ha trovato un documento che attesta l’interesse di Galilei per il gioco di pallacorda. E come sai, alle spalle abbiamo un posto attinente a questo argomento…

“Certamente, è dove ci fu il famoso duello col Tomassoni che poi costrinse il Caravaggio ad abbandonare Roma”

Queste sono certamente note che appartengono al colore, ma credo sia giusto menzionare alcune di queste curiosità. Il 2010 è, fra l’altro, l’anno del quadricentenario della scomparsa del maestro, ma è anche l’anno del primo centenario della Federazione Italiana Tennis, questo forse non c’entra molto col mondo dell’arte, ma forse è un segno. Sei d’accordo?

“Be si, comunque Caravaggio giocava, questo è certo. Quello che mi preme dire e che lo scontro con Tomassoni non avvenne per l’assegnazione di un punto di pallacorda. E’ il frutto del conflitto fra due gruppi di persone, di orientamenti politici diversi, uno di parte francese, l’altro di parte spagnola. Era un conflitto che si trascinava già da molto tempo all’interno di gruppi di giovani romani che potremo definire facinorosi, che facevano una vita di strada e che si trovavano sempre più coinvolti nei giochi politici dell’epoca. Il punto di questa partita di pallacorda fu certamente la goccia che fece traboccare il vaso ma le motivazioni che c’erano dietro erano più radicate e profonde e sono attestate dai documenti ”

Quando si ha una lunga frequentazione con un personaggio si pretende di essere un po’ di essere in sintonia con questa determinata persona e a volte ci si accorge di assomigliare a lui. Ecco Andrea, tu ti senti un po’ un violento come Caravaggio? “No, sicuramente no. Però ci tenevo a fare questo libro a trentanove anni perché in qualche maniera riuscire allineare l’età cronologica con il soggetto in qui s sta scrivendo è importante. Per esempio quando avevo venti anni mi piaceva molto Rimbaud, ma lui smise di scrivere proprio a vent’anni. Oggi a quasi quarant’anni mi sarebbe molto difficile ricostruire questo tipo di sensibilità. Gli uomini ai tempi di Caravaggio arrivavano a quarant’anni con una vita piena di lavoro, esaurita già per molti versi. C’era chi arrivava a ottanta, ma chi aveva quarant’anni non era un giovane in carriera, era un uomo che aveva alle spalle la propria storia. I processi di identificazione lasciamoli stare”
Commenti
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Claudio   |14-03-2010 09:45:21
Caravaggio stato sbarcato a Palo che un po' prima di Ladispoli dove c' il
castello Odescalchi,perch malato e forse proprio presso la potente
famiglia,per resosi conto che non gli avevano sbarcato le sue cose ha cercato
di raggiungere la prossima fermata della feluca che era Porto Ercole e li
arrestato e ricoverato presso l'ospedale di Santa Maria Ausiliatrice dove
morto
Per quanto riguarda la permanenza a Palazzo Madama o a Palazzo
Firenze,penso che il primo fosse la residenza ufficiale del Del Monte e il
secondo era il suo ufficio essendoci la sede dell'Ambasciata del Granducato di
Toscana di cui il Del Monte era ambasciatore ed chiaro che Caravaggio
frequentasse tutti e due
Grazie ad Andrea Dusio e a te Egizio per le tue
preziose intervista
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