Intervista a Gianni Clerici 

         

Di Egizio Trombetta – Ho la grande fortuna di scambiare qualche battuta col grande scriba del tennis italiano, Gianni Clerici. Sono curioso e gli chiedo spiegarmi il titolo del suo ultimo libro Gianni agli Internazionali d’Italia. Cronache dello scriba. 1930-2010. 1930? Ma si scivola, come è ovvio quando si ha che fare col Clerici, a parlare dei temi più disparati. Il messaggio di quest’intervista qual è? E’ che se nel nostro paese non hai delle “fondamenta” ben solide ti fanno il culo a strisce, ti fanno uscire dal "sistema", nella migliore delle ipotisi ti querelano. Si discute dunque di libertà di stampa, ma Clerici risponde anche a coloro che criticano i suoi articoli, spesso poveri di contenuti strettamente tennistici. In questa breve chiacchiera c’è tutto Gianni Clerici. Piccola nota: l’ultima volta, per veder pubblicata un’intervista fatta a Gianni ho dovuto aspettare ben quattro mesi! Se aspettassi anche stavolta tutto quel tempo mi ritroverei parlare di un libro probabilmente già andato esaurito... e allora scelgo di fare da me.

      

10.05.2010. Gianni, ci spieghi per favore il titolo del tuo ultimo libro? Gianni Clerici agli Internazionali d’Italia. Cronache dello scriba. 1930-2010. Scusa ma tu nel 1930 non eri ancora nato, o sbaglio? “Non ero ancora nato, ma mia mamma che era in cinta di me, nel 1930, alla prima edizione dei campionati degli Internazionali d’Italia che si svolgeva a Milano, prima che Mussolini avocasse a Roma il torneo, mi ha portato nella pancia. Quindi io ho assistito a tutto, dal 1930 ad oggi, quasi tutto.

Quale è stato il criterio di scelta degli articoli, li ha scelti la Rizzoli per te?  “No no, la casa editrice voleva sceglierli, ma poi li ho scelti io. Li ho scelti io e soprattutto ho ripercorso gli anni nei quali non avevo scritto. Cioè nel 1934, da bambino dell’asilo, sono stato portato di nuovo a Milano per manina. Mi è stato spiegato il

punteggio che io ho frainteso dal momento che sapevo contare solo fino a dieci. E poi, in seguito, ho giocato qui dalla ripresa del 1950 dovuta all’unico grande uomo del tennis italiano che si chiamava Carlo Levi Della Vida, figlio del più grande islamologo italiano, e antifascista tanto per cambiare, quindi escluso dall’insegnamento. In quel periodo scrivevo nelle riviste di tennis e poi però non mi lasciavano scrivere perché essendo un giocatore nazionale non dovevo permettermi delle considerazioni critiche sulla federazione di allora, forse peggio di quelle contemporanee o giù di li”

Ecco, allora parliamo di libertà di stampa “Beh sono cose più gravi di quelle che possono riguardare sia questo libretto sia quello che scrivo io. Si, si verificano incidenti per cui al giorno d’oggi alcuni giornalisti possono essere sgraditi, magari alcuni giornalisti non sono del tutto attenti al codice in quello che scrivono. Però il problema libertà di stampa è un altro, è problema grande, che riguarda il governo, che riguarda l’opposizione. Non sono argomenti che mi posso permettere di sfiorare”

Qual è la situazione nello sport? “Io di libertà ne ho sempre avuta di più in Italia di quanto non ne abbiano negli Stati Uniti, anche per felici congiunture. Mi son sempre permesso di scrivere delle cose sul tennis, che mi hanno portato solo tre volte in tribunale, ho vinto due cause con Galgani e una con Panatta, questo vuol dire che ci si può permettere”

Però se me lo consenti, tu scrivi quel che ti pare anche perché hai le spalle parecchio grandi e non campi essenzialmente con questo mestiere “…e ho secondo me un giornale molto solido, la Repubblica, che come disse credo Berlusconi è uno sporco giornale comunista, non vorrei sbagliare, ma credo sia stato lui a dire questo” 

Sporco giornale comunista? “Si credo abbia detto questo” 

Cosa consigli alle giovani leve del giornalismo, di scrivere quel che gli suggerisce il cuore o allinearsi al sistema? “Io non sono in grado di suggerire niente a nessuno. Ho passato la mia vita senza suggerirmi delle scelte che sarebbero state probabilmente più positive per me. Sarai dovuto andare in un eremo e di la uscire ogni tanto per dettare ai miei discepoli delle idee scuramente più brillanti di quelle che non abbiano avuto loro” 

C’è un articolo in tutti questi anni che ricordi di averci messo maggiormente la tua anima? “E’ una domanda difficile. Sai, io non sono ancora nella fase attribuita al dottor Alzheimer, ma sono nella fase del dottor Alz alla quale segue poi il suffisso heimer”

Quindi non ti ricordi? “Non mi ricordo” 

Molte persone contestano il fatto che nei tuoi articoli racconti quel che pare a te, trascurando la materia tennistica… “Certo, soprattutto, quello è un vantaggio, perché come tu sai se si vogliono trovare delle notizie oggettive relative ad un torneo come questo si comprano i giornali sportivi, che, per definizione, hanno la funzione di riportare, di raccontare, quello che in realtà è accaduto. In Italia non c’è quella dicotomia tra il reporter e il columnist, che c’è in tutti giornali anglosassoni. Se appartengo ad una categoria appartengo senza dubbio a quella del columnist. Il columnist fa appunto una column, cioè una sorta di rubrica quotidiana, e ti racconta quello che vuole lui. Io quindi faccio un altro lavoro, qualche volta mettiamo anche i risultati, ma magari  risultati sono meno interessanti rispetto ad un'altra vicenda. Io lo dico sempre ai lettori insoddisfatti a riguardo dei miei articoli, rivolgetevi ai quotidiani sportivi o ad altri quotidiani che pubblichino il resoconto di quanto accade. Secondo me il giornalismo che racconta, cioè il reportage, non ha più ragione di essere da quando è stata inventata la televisione” 

C’è anche chi acquista Repubblica solo per leggere il tuo articolo “Può darsi…me lo auguro”  Nell’ultima intervista che mi hai rilasciato dicesti di essere razzista al contrario, confidando che ti piacciono molto le donne di colore. Ricevemmo in redazione alcune lettere di protesta, sai? “Si ma sono paradossi, non so come si leggono le cose che io dico e scrivo, ma l’ironia è prima di tutto autoironia, poi, mi permetto di rivolgere l’ironia verso altre persone, ma sempre amabilmente, se mi riesce” 

Quindi il tuo invito sarebbe quello di non prendersi troppo sul serio “Ma Dio mio, e chi saremmo se ci prendessimo troppo sul serio? Già un premio Nobel non dovrebbe prendersi sul serio, figurati io”

    

 

     
          
            
          
      
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