Una storia Italiana, il passato che non passa...

di Salvatore Maria Righi - pubblicato per l'Unità il 10 Dicembre 2007 

11.12.2007. Egi, ma cosa fai a capodanno? - mi chiede il mio amico Salvatore col suo inconfondibile accento emiliano. Vado ad una festa a casa di un’amica, a via Chiabrera... A via Chiabrera? - mi risponde lui come gli avessi detto che avevo intenzione di gettarmi da un ponte. A via Chiabrera - continua Salvatore - c'era il bar che fungeva da ritrovo per i "ragazzi" della Banda della Magliana, ma non lo sapevi scusa? Basta che vai su google e cerchi "bar via chiabrera". Allora mi sono ricordato del lavoro fatto di recente da Salvatore per l'Unità. Uno fantastico servizio che ho il grande onore di proporre a tutti voi del blog. All’interno potete leggere un'intervista che ho fatto a Salvatore Maria Righi dove cerco di capire qualcosa di più in merito a questa incredibile storia

Palermo

Milano aprile 1982, il corpo senza vita di danilo Abbruciati a terra dopo il fallito attentato a Roberto Rosone 

L'intervista a Salvatore Maria Righi sarà pubblicata durante il week-end 12-13 Gennaio 2007

di Salvatore Maria Righi inviato a Rieti

Un pezzo di fotografia divorato dal tempo e dalle forbici, il tipo che cammina fiero con la faccia da pellerossa. Dolcevita candida e pantaloni a zampa di elefante, pieni anni Settanta. Intorno, c’erano e ora non ci sono più gli altri: i criminali più pericolosi di Roma e forse di tutta Italia nei primi cinquant’anni di storia repubblicana. Colpi di forbice al ritmo della vita: gli amici «parcheggiati» dal piombo dei rivali, quelli «bevuti» dalle guardie e finiti al «gabbio». Quelli fregati dai soldi o dall’orgoglio. I loro volti mancanti lasciano immaginare una delle pochissime pose della Banda della Magliana al gran completo. Boss precoci che a vent’anni sgommavano in Ferrari o Lamborghini e tenevano in pugno la capitale. Il brandello di foto resiste appoggiato ad un modesto scaffale, in un monolocale con vista su un campetto da oratorio, in un quartiere di palazzine a colori pastello. Non è facile, per uno abituato ad una villa di tre piani vicino al mare, ai rotoli di banconote in tasca, agli orologi d'oro e alle pistole col colpo in canna.
Antonio Mancini, l’«accattone», ma senza scomodare Pasolini («io coi soldi mi ci riempivo le tasche, ma poi li spendevo tutti. Volevo la ricchezza tutta e subito senza pensare al domani»), vive da anni agli arresti domiciliari lavorativi in una cittadina dell’Italia centrale. Ha vissuto più vite di un gatto e nell’ultima si dedica agli altri, a Giovanni, Angelica, Michela, Giulia, Marco e gli altri «dolenti», come li chiama lui, i disabili che ogni giorno accompagna e assiste in una struttura pubblica. «Non vedo l’ora che arrivino le sette di mattina, quando li andiamo a prendere col pulmino» racconta, perché criminali si nasce, ma non è detto che un criminale sappia solo sparare. A metà degli anni ‘90 ha scelto di collaborare con la giustizia: «Sono un infame però, non pentito. Mi avevano promesso che mi sarei rifatto una vita e che mi sarei goduto mia figlia, l’ho fatto per far venire fuori la verità, ma le cose che ho raccontato ai giudici sono rimaste nei verbali. Quando pronunciavo certi nomi, come quello del fratello di Berlusconi, spegnevano il registratore». Trent’anni dentro e fuori di galera, uno dei totem nei bracci speciali dove si mescolano mafiosi, terroristi e killer. Stringe i pugni nelle tasche di una felpa scura con cappuccio, scarpe sportive bianche. Un ragazzino sessantenne, con gli occhi di brace e i capelli sono candidi. Ma finché non si rimbocca le maniche, non capisci. A braccia scoperte, i tatuaggi e i tagli che ricoprono le braccia raccontano una vita, come dice lui, «col sangue agli occhi e la pistola in pugno». Fuma senza sosta Multifilter blu, è leggermente sordo («per le pistolettate» ha raccontato a Federica Sciarelli) e resta orgogliosamente un comunista da pugno chiuso, figlio di comunista altrettanto duro e puro. In una stanza che è un buco tiene tre calendari del Che Guevara, ma ripete che ha protetto e aiutato tutti, a cominciare dai “neri”: «L’importante non era il colore del gatto, ma che ci portasse il topo». Una lambretta rubata a 12 anni come battesimo col crimine, l’anno dopo una Fiat 1100: a 14 anni già in carcere. San Basilio e Val Melaina negli anni ‘70 erano ancora lo spartiacque tra la metropoli e la campagna: «C’era un vascone dove i contadini venivano ad abbeverare le mucche e dove noi facevamo il bagno d’estate». Ma era anche il nido di una «batteria» particolare, tra i tanti gruppi di malavita sparsi per i quartieri di Roma: «Facevamo con la regola della “stecca para”, si divideva tutto in parti uguali e questo valeva anche per chi non aveva partecipato all’azione. Droga, contrabbando, estorsioni, rapine: tutto veniva messo in comune e diviso. E poi si apriva un conto corrente per ogni figlio che nasceva nell’ambito del gruppo a cui tutti versavano, gli si intestava un appartamento. C’era una specie di mutuo soccorso fra noi». Una cooperativa della malavita che poi ha traslocato la sua anima nell’holding del crimine, la banda della Magliana, non a caso disintegrata al suo crepuscolo proprio dagli egoismi, più che dai tradimenti. Antonio Mancini è tra quelli che l’hanno fatta nascere, dandole la filosofia e le regole di quelli di Val Melaina, e poi l’ha condivisa con tutti gli altri: Danilo Abbruciati, Marcello Colafigli, Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis, Edoardo Toscano, Maurizio Abbatino, i fratelli Carnovale, Claudio Sicilia. Proprio quest’ultimo, il primo a pentirsi, ha poi indicato in Mancini, Giuseppucci (legato ai “neri Carminati, Alibrandi e ai fratelli Bracci), Colafigli e Abbatino il «quadriumvirato» che ha guidato per almeno tre lustri quella galassia di banditi metropolitani. Divisi orizzontalmente a «stecca para» tra quartieri e rioni, più che da una verticalità di gerarchie tra boss e gregari. Tolti, appunto, quei quattro. «Noi avevamo l’ultima parola sulla decisioni importanti, cioè per esempio il diritto di veto quando si doveva eliminare qualcuno».
Una storia romana che il resto dell’Italia ha ignorato a lungo, per poi scoprirne gli inquietanti intrecci. I contatti con Cosa nostra e la ‘ndrangheta, «soprattutto coi Piromalli, De Stefano e Morabito». Le amicizie nei palazzi della politica e in quelli dei servizi, quegli scambi di favori sullo sfondo cupo di un paese dei tanti misteri. Locali notturni, gioco d’azzardo, estorsioni, un fiume di denaro sporco lavato con proprietà immobiliari e attività commerciali più che pulite. A tirare le fila di un impero economico mai stimato per davvero, un gruppo di gangster un po’ diversi dall’oleografia di libri e film. «Marcello Colafigli aveva studiato da geometra, ma fisicamente era una specie di orso. Un uomo dotato di una forza disumana. In tribunale da solo ha scosso la gabbia dove eravamo chiusi, con un pugno ha incrinato il vetro blindato. Ma se lo rimproveravo per qualcosa, si faceva rosso in viso come un bambino e la peggiore parolaccia che conosceva era “perbacco”. Mi chiamava “Nek”, dal rumore delle dita che schioccano e perché, come dicono in America, significa qualcuno che ha una marcia in più». E poi gli altri, coi quali Mancini ha condiviso sparatorie e bottini, caviale e champagne, sangue e lacrime. Un patto di vita e di morte. «Abbruciati mi era molto legato perché gli ho salvato la vita due volte, la prima quando voleva farlo fuori Nicolino Selis, e a me concedeva confidenze che altri nemmeno si sognavano. Ma era di un’avarizia incredibile e per questo lo sfottevo». Ridevano e scherzavano, ma erano micidiali quando si mettevano in azione per «parcheggiare» qualcuno a colpi di pallottola, non prima di averlo opportunamente «portato a dama» in una trappola micidiale. «Porta i saluti a zio Gaetano» dicevano del morituro. Alcuni, come nei primi tempi i marsigliesi, ne sono stati spazzati via: «’A Bergamè, li francesi semo noi», gridò Mancini ad Albert Bergamelli quando si trovarono a rapinare la stessa banca. «Sono stato il primo a usare la pistola a Roma, fino ad allora si risolveva tutto con le botte e i coltelli. Usavo prevalentemente una calibro 38, ma anche un fucile Stern che mi sono fatto modificare per poterlo tenere sull’avambraccio, col calcio più corto. Colafigli, grande e grosso com’era, usava quasi sempre una 357 Magnum, come Abbruciati». «Bumaye» incitavano Cassius Clay nel match del ‘74 contro Foreman, a Kinshasa. «Alì Bumaye», Alì uccidilo. E Nino urlava «bumaye» tenendo il dito sul grilletto, davanti a guardie giurate e passanti: non per uccidere, ma per sorprendere.
MORO «Quando l’hanno rapito ci hanno chiesto di cercarlo. Ce l’hanno chiesto i siciliani, Badalamenti e Bontade, tramite Francis Turatello. E ce l’ha chiesto anche Cutolo attraverso Nicolino Selis. Lo abbiamo cercato e lo abbiamo trovato, Abbatino e De Pedis hanno incontrato Flaminio Piccoli al Ponte Marconi e gli ha detto quello che doveva dirgli».
IZZO «Non ho una grande opinione di lui, così come di Vallanzasca che era un banditaccio. All’Asinara si faceva prendere a schiaffi con la pistola murata nella parete. “Quella mi serve per scappare” mi diceva, ma se sei un uomo vero certe cose non te le lasci fare. Izzo l’ho conosciuto quando stavo a Sulmona, un certo Cesaretti è venuto a chiedermi se potevo fare qualcosa, perché dopo quel che ha fatto al Circeo in carcere tirava una brutta aria per lui. Ho dovuto parlare ai catanesi, i napoletani e i tarantini, le teste più calde, Izzo si è preso giusto qualche schiaffo».
DE GENNARO «Colafigli e Carnovale erano scesi in Sicilia per una partita di droga, avvicinati da un cognato di Bagarella e per conto di lui e dei corleonesi. Per conto di Totò Riina gli hanno chiesto se erano disponibili ad eliminare il capo della polizia, il dottor De Gennaro. Gli abbiamo detto: No».
TATUAGGI «Nell’estate 1981 un giorno mi chiama Abbruciati mi dice: la prossima stecca te la investo in costruzioni in Sardegna. C’era da fare un investimento immobiliare insieme a Flavio Carboni. Gli ho risposto che non ne volevo sapere: io i soldi me li voglio spendere tutti e poi dove vuoi che vada, con questi tatuaggi che c’ho addosso mica posso stare con quella gente al mare. “Tu ce li ha fuori, Nino, loro ce li hanno sotto la pelle i tatuaggi” mi ha detto Danilo».

Commenti
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Nino   |11-01-2008 13:38:04
egė scusa ma che articoli ti č venuto in mente di pubblicare??
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