L'esempio di Aravan Rezai

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Di Egizio Trombetta – 23.06.2010. Alcune volte accade che noi, innamorati persi dello sport, amiamo maggiormente atleti che rispecchiano maggiormente il nostro modo essere, di agire, di saper interpretare i match, proprio come noi,

 

 comuni mortali, che ci giochiamo ogni giorno le partite della nostra vita. E’disponibile la versione in lingua francese dell’articolo. I saggi dell’antico sapere kabbalistico da sempre sostengono che dietro ogni difficoltà si cela l’antidoto, ogni ostacolo nasconde l’energia necessaria per capovolgere un’avversità in un vantaggio. Sembra che sia questo l’incipit migliore per iniziare la storia di una bambina di nome Aravane, figlia di Nouchine e Arsalan Rezai. Papà Arsalan, iraniano, di professione fa il meccanico, prima che Aravane nascesse sbaracca dall’Iran l’intera famiglia e la trasferisce in Francia. Si trova a Saint Etienne la piccola Aravane, va a scuola come le altre, lei però è un po’ speciale: gioca a tennis e alza coppe. Proprio per questo si merita l’invidia delle compagne di scuola, la fanno sentire diversa, ma Aravane, impara a fare spallucce e tira dritto. Si capisce che per la bimbetta franco-iraniana racchetta e palline non sono un semplice gioco da ragazzi, Aravane interpreta lo sport come la chiave per il suo riscatto, i Rezai non vivono di certo nell’oro. Suo papà le sta accanto con  

rispetto, pazienza e passione, ricorda per certi versi un certo Mr. Richard. Arsalan è per Aravan qualcosa meno che un amico, qualcosa di più che un semplice padre: è il suo prima coach. Il metodo è di quelli collaudati: bastone e carota. Ma Arsalan, che a suo tempo giocava a calcio come portiere, non è uno sprovveduto, studia, si documenta e si guadagna la stima incondizionata di sua figlia Aravane. In tanti ridono di lui quando spara palle alla figlia con una semplice mano, ma al tempo fu uno dei primi, tanto per dare un’idea, ad allenare la figlia servendosi di elastici. Arsalan insieme alla sua silenziosa consorte Nouchine, traghettano con non poche difficoltà economiche la loro piccola tennista alle soglie del mondo professionistico. Siamo ora quota 500 del ranking mondiale, cominciano a tremare i polsi. La cricca Rezai va in giro per Europa e dintorni a bordo un vecchio Big Van rosso sbiadito. I nostri amici puntano su ogni trasferta buona parte dei loro capitali e di notte, si dorme tutti, rigorosamente, in auto. Aravane, ha si e no diciassette anni, è già molto matura per la sua età, ma avverte una grossa responsabilità che grava su di se. Per smorzare un po’ la pressione chiede ai suoi di farsi una bella passeggiata durante i suoi incontri. Scorgere i coniugi Rezai che vanno a cicoria per i campi nel mentre la loro figlioletta dà battaglia sui court è uno spettacolo unico, commovente e curioso allo stesso tempo. Occasionalmente, spettatori e giornalisti si offrono da fare da spola per portare alla coppia in pena la buona o la cattiva novella, questo avviene al termine di ogni set di gioco. Aravane, è arrivata alla maggiore età, sta bocciando, il suo nome, in persiano, ricorda il colore di un fiore, ma lei, ha sangue da guerriera, si spaccherebbe un braccio pur portare a casa un semplice quindici. Non a caso la si vede spesso con vistosissime fasciature al braccio e la sera, a casa, pardon sul Big Van, c’è la borsa di ghiaccio e una mamma fisioterapista a farle compagnia. Gioca un rovescio a due mani con un movimento rapidissimo, concede occasionalmente al suo pubblico un anomalo smash in ginocchio, ma è il dritto la specialità della casa, lo gioca d’anticipo e con potenza simile a quella del suo idolo: Andrè Agassi. L’intensità di gioco di Aravane è stupefacente, ci si chiede se salendo di livello la sua potenza potrebbe venir ridimensionata. C’è chi, fra le sue avversarie di quel periodo, assicura che la francesina tiri più forte della croata, tale Karolina Sprem, che riuscì poco tempo prima a farsi largo a suon di drittoni nel sottobosco dei futures. I fiori del razzismo sono sempre pronti a sbocciare, specie nel fertile terreno dell’invidia, le sue avversarie quasi sempre la emarginano, sparlano di lei e di suo padre. Aravane si sente un po’ sola, a sostenerla ci sono amici occasionali. Ma Aravane continua ad alzare coppe, ringrazia tutti, ma senza baciare - mi raccomando - è una buona occasione per ricordare a tutti che lei, in fondo, è musulmana. Ora però è tempo di spingere, altrimenti si rimane troppo indietro, la missione è di arrivare in vetta al ranking WTA. Coetanee come Sharapova e Ivanovic nel frattempo l’hanno abbondantemente staccata in classifica, sono proprio lontane e lei ci sta male. Si arriva al 2006, i clan Rezai cominciano a non poterne più di dormire all’interno di un Big Van, Aravane allora fa terzo turno a Parigi e porta tutti in Hotel: la federazione francese - alleluia - si decide a dargli una mano. Monsieur Arsalan ha con i federali un rapporto fatto di alti… e di bassi, ma ad Aravane importa poco, lei continua a picchiar forte sulla pallina. Agli inizi del 2007 riesce ad arrivare alla quarantesima posizione della classifica mondiale. La piazza numero 40 però gli crea però qualche piccola vertigine, inizia inevitabilmente a cavalcare le ali della notorietà, perde sintonia col padre e smette di allenarsi con la sua consueta intensità. Precipita in classifica, fino ad arrivare alla posizione numero 108 del ranking, siamo alla vigilia degli Internazionali d’Italia del 2009. Perde al secondo turno con la polacca Radwanska (quattro gatti più Zibì Boniek sugli spalti) un match spettacolare, ma quel torneo romano, per Aravane, rappresenta la nuova svolta e ricomincia per lei la scalata. Il cambio di passo arriva nell’autunno seguente: inaspettatamente i Rezai decidono di affiancargli costantemente Patrick Mouratoglou, un personaggio che Aravane inizia a frequentare già dal 2007 alla sua academy. Da li a poco la Rezai balza da 44 a 25! Il resto è storia recente, la franco-iraniana si aggiudica il torneo di Madrid stracciando Venus Williams in finale. Il 17 maggio 2010 entra prepotentemente fra le top-20: è sedicesima. Il Roland Garros, che consacra la Schiavone, riporta la francesina sulla terra, ma Aravane non ha smesso di crederci, a Birmingham un ulteriore conferma. Ci sono ancora venti gradini che separano Aravane dal suo sogno.

 

    

Intervista realizzata fra Wimbledon 2007 e Roma 2009:

 

Aravane Rezai, tennista francese di origine iraniana, ora ventiduenne, qualche anno fa si mise in luce anche per la sua grande capacità di saper smesciare in ginocchio. Alcuni si ricordano di lei anche per il fatto che non le era consentito baciare amichevolmente coloro che intendevano complimentarsi con lei dopo la conquista di un torneo. La Rezai è musulmana e la sua religione le impedirebbe, teoricamente, “contatti” con altri uomini. La sua storia si impreziosì di contorni fiabeschi allorquando si seppe del suo low-cost style di viaggiare. I Rezai, per permettersi gli spostamenti, erano costretti a viaggiare e dormire tutti dentro un pulmino, un vecchio Big Van. Poi Aravane diventa giocatrice temuta, anche nel circuito maggiore. Ai più si fa conoscere in occasione del French Open 2006 e da li la sua vita tennistica cambia perché finalmente ottiene gli aiuti economici di cui aveva bisogno. Si stabilisce stabilmente fra le top 100 e arriva sino quarantesima piazza del ranking mondiale nel Gennaio del 2007. Nello stesso anno, al torneo di Istanbul, mette in riga dapprima quella che sarebbe diventata la regina dei Championships, Venus Williams (6-4 6-4) e successivamente, in semifinale, stende l’altra Venere planetaria, Maria Sharapova, sempre in due set: 6-2 6-4. Dopo aver raggiunto il suo apice nel 2007, Aravane, paga l’inesperienza e pecca di presunzione: si sente appagata, sazia e forse si “imborghesisce”. Comprensibile, soprattutto per lei che aveva “percorso” in “apnea” i primi vent’anni di vita. Nel 2008 e nel 2009 i migliori risultati li ottiene sempre ad Auckland. Con la Davenport perde in finale nel 2008, con la Dementieva si ferma in semifinale quest’anno. Ora, scesa fino alla 108ma posizione delle classifiche WTA, sono comunque in tanti a riconoscerla per strada, anche se gli addetti ai lavori continuano a ricordarsi di lei per le vicende che l’hanno vista coinvolta. La querelle che vide coinvolti Georges Goven, capitano del team di Federation Cup e il suo papà, Monsieur Arsalan Rezai, è una storia, ad esempio, che suscitò a suo tempo non poche polemiche fra le parti. Gli anni stanno scorrendo via, nessuno è in grado di stabilire se il destino della giovane tennista franco-iraniana sarà più luminoso di quello che è stato fin ora, ma Aravane è li, che continua a crederci… e smesciare in ginocchio… come ha fatto parzialmente nel match contro la russa Kleybanova, nel match di primo turno degli Internazionali BNL d’Italia 2009.

Aravane, hai perso oltre sessanta posizioni in due anni… che succede? “Forse non sono più riuscita a concentrarmi come è successo fino al 2007. Ho ad un certo punto smesso di ascoltare i consigli di mio padre e forse di lavorare con la stessa intensità del passato.. Avevo diciotto, diciannove anni e in quel momento, forse, non ero sufficientemente pronta per calarmi nei panni della n°40 del mondo. Ebbi un’ascesa molto rapita e non ho saputo gestire al meglio quanto mi stava accadendo. Ora sicuramente ho acquisito maggiore esperienza, specialmente ho accumulato diversi match contro top 10. Per esempio, se prendiamo ad esempio il match giocato al primo turno a Roma contro la Kleybanova, se l’avessi giocato sue anni fa, probabilmente l’avrei perso…”    

Papà Arsalan non ti ha seguito in questo torneo, ti sei portata dietro solo tuo fratello, come mai? “Lui mi segue sempre, lui è molto importante per me. Ma è meglio che lui non venga sempre se non sarebbe un po’ pesante dal punto di vista mentale. Quindi, sempre con mio padre non va bene, troppa pressione. Stessa cosa vale al contrario. Essere seguita solo da mio fratello non sarebbe un’idea vincente. Con mio padre mi alleno comunque sempre” 

Si è parlato in passato dell’importanza di che poteva avere per te un coach oltre a tuo padre. Mi risulta che hai avuto recentemente un’esperienza in un’accademia. “Si alla Morato Blu Academy dove si allena anche Marcos Baghdatis. Sempre allenamento con mio padre d’altronde sarebbe troppo dura. E’ stato dunque facile per me affrontare l’esperienza in accademia dal momento che ero abituata a lavorare con maggiore intensità. Forse, per le mie esigenze, non è il tipo di lavoro fa per me, ma nell’accademia ho imparato molte cose che mi servono senza dubbio quando mi alleno con papà”

Aravane, siamo stati testimoni di un inizio carriera difficile che hai lasciato dietro le spalle, lunghi viaggi in auto, tanti sacrifici… “Come sai agli inizi carriera viaggiavo e dormivo nel Big Van, in macchina. Non ci potevamo permettere di pagare un’Hotel perché era troppo costoso. Fino al French Open 2006, dove sono arrivata al terzo turno (eliminata al terzo dalla ceka Vaidisova ndr) passando dalle qualificazioni, dormivamo in auto. Poi, grazie a quel risultato ho iniziato ad avere il supporto dalla federazione francese e così ho iniziato a viaggiare in aereo e dormire in Hotel. Questo fu un momento cruciale per la mia vita perché grazie alla possibilità di viaggiare di più, in Asia e negli Stati Uniti, sono riuscita anche a fare il salto di categoria nel ranking mondiale” 

 

Beh, comunque orbiti sempre fra le prime cento del mondo.  “Non per niente soddisfatta. Io vorrei essere la numero uno al mondo. E’il mio sogno. Molte giocatrice della mia stessa età, come Ivanovic, Sharapova sono molto più avanti di me in classifica”

 

Secondo te c’è stato qualche fattore che ritardò la tua carriera? “Se non avessi avuto problemi economici all’inizio e fossi stata aiutata prima dalla federazione e da qualche sponsor la mia situazione poteva essere migliore”

 

Spiegati meglio? “Una serie di motivi credo, pochi aiuti dalla federazione all’inizio, nessuno sponsor e di conseguenza niente soldi per viaggiare. Non ho potuto fare molte esperienze. Le esperienze, voi lo sapete, sono molto importanti per crescere di livello tecnico e salire nel ranking. Lo stesso vale per mio padre. Anche lui non aveva esperienze come coach, era un portiere di calcio. Mio fratello ha iniziato a giocare a tennis insieme a mio padre. Nella mia famiglia praticamente nessuno giocava a tennis”

 

Quali sarebbero le tue maggiori qualità? “Penso di avere buone potenzialità dal punto di vista mentale, probabilmente di più della media delle giocatrici del circuito. Quando ero agli inizi di carriera come già detto ho vissuto in ristrettezza economica. Nei momenti difficili del match mi chiedevo:”io dormo in macchina, loro dormono in Hotel, per quale motivo io devo perdere contro di loro? Devo essere più forte di loro!”

 

Anni fa eri conosciuta nel circuito minore per il tuo smash eseguito in ginocchio. Ho visto che ti capita ancora di farlo… “Quando ho la possibilità, perché no? Ci provo”

 

Matrimonio solito il tuo con la Babolat eh? “Agli inizi quando ho iniziato nessuno credeva in me. Altre aziende mi hanno offerto accordi economici più vantaggiosi di quelli che mi offriva la Babolat, ma ho preferito rifiutare. Anche per gratitudine nei confronti della Babolat che mi ha supportato fin dall’inizio. E poi, cambiando racchetta, si corre il rischio di  avere problemi al braccio. Quella racchetta fa parte di me ormai”

Cosa provi quando perdi un incontro? “Non posso negare che perdere mi fa molto male. Il tennis è una parte della mia vita, se perdo e come se una parte della mia vita abbia fallito. Si fanno tanti sacrifici e poi? Ti domandi perché hai perso… Anche se dopo ogni sconfitta si deve sempre cercare di analizzare i motivi della sconfitta per poi non ripeterli in futuro”

 Come tutti sanno sei Musulmana, ma credi in Dio? “Certamente, credo in Dio” 

 

Dedichi del tempo alla preghiera? “Prego dentro il mio cuore, ma se dovessi rispettare tutte le regole della mia religione, non avrei tempo per giocare a tennis. E’, per questo motivo che prego dentro di me quando trovo il tempo”

 

Che difficoltà hai trovato per conciliare la tua religione con il tennis? “Rispetto le regole della mia religione e non mi curo se gli altri mi giudicano. Se altre persone esterne alla mia famiglia non approvano le regole che io rispetto, non è un mio problema. Certo c’è da dire che dovendo rispettare strettamente la mia religione non avrei potuto indossare la gonna e sicuramente non avrei potuto giocare a tennis. Ma cerco di fare del mio meglio, per rispettare le regole più importanti, come ad esempio non mangiare maiale, non baciare le persone, non mancare di rispetto i miei genitori”

 

Alla Mecca sei mai stata?  “E’uno degli obbiettivi della mia vita, ma fin adesso non ho avuto occasione di andarci”

 

Ti sei mai sentita giudicata e considerata malamente dalle tue colleghe?  “Si! ma credo sia normale. E’ un comportamento normale per tutto il genere umano. L’umanità, conoscendo la storia, ha sempre essere avuto questa tendenza. Le persone giudicano sempre e ovunque. Non è un problema di francesi, italiani o americani. E’ una delle caratteristiche dell’umanità”

 

Che tipo di rapporto hai coi tuoi genitori?  “I miei genitori hanno fatto così tanti sacrifici per me, così come hanno fatto per me, mio fratello e mia sorella. Se sono ora gioco a un discreto livello è solo per merito loro.  Io e la mia famiglia costituiamo una catena, senza uno di loro questa catena sarebbe senza un anello. Se una persona della nostra famiglia ha un problema, è un problema di tutta la famiglia. Tutti cerchiamo di aiutarci l’uno con l’altro. Se non si ha una grande famiglia che ti supporta, non è possibile lottare in campo e ottenere risultati”

 

Allora anche con tuo fratello Anouch c’è un rapporto speciale?  “Lui mi aiuta moltissimo in tutto e poi…è anche il mio sparring partner!”

 

Che mi dici delle passeggiate dei tuoi genitori durante i tuoi incontri?  “Preferisco essere da sola in campo e sentirmi quindi maggiormente responsabilizzata. Così ho l’impressione che se faccio uno sbaglio è colpa mia e non dei miei genitori. In questo mondo sento meno la pressione. A dire il vero qualche mese fa mio padre ha provato ad assistere ai miei incontri. Qualche volta è andata bene e altre volte meno bene. Lui, è normale, vorrebbe vedere sempre il meglio da me. Il problema è che loro sono nervosi durante i miei incontri”

 

Puoi raccontarmi qualcosa della tua infanzia?  “Sicuramente ho avuto un’infanzia diversa dalle altre bambine. Soprattutto questo è dipeso dal fatto che avevo un grande obiettivo rispetto alle mie coetanee che pensavano a divertirsi e andare in discoteca: essere un giorno la numero uno del mondo. Ho dovuto fare i conti con l’invidia delle mie coetanee. Ho iniziato a giocare a 7 anni. Sai, ai tempi della scuola sul giornale si potevano leggere le mie vittorie “Rezai ha vinto questo, Rezai ha vinto quello”. Per quello i miei compagni di classe erano spesso gelose di me”

 

Tu giochi un tipo di tennis molto intenso. Vivi la tua vita con la stessa intensità? “No, durante la mia vita. Vivo una vita differente dalle altre persone, ma non in maniera così intensa”

 

A tavola cosa ti piace mangiare?  “La pasta mi piace molto, anche quando sono lontano dall’Italia, ma cerco di avere un’alimentazione equilibrata”

 

Ti riesci immaginare come sarà Aravane a quaranta anni?  “No, per me è troppo lontano. Non so nemmeno se vivrò nei prossimi giorni. Preferisco pensare giorno per giorno”

Aravane, concludiamo con una domanda riferita al tuo tennis. Ho notato che stai gestendo meglio la potenza dei tuoi colpi.  “Si negli ultimi anni ho lavorato molto nel gestire l’intensità del mio gioco e soprattutto la potenza in base al tipo di avversario. Ecco, quando arrivai ad essere la numero quaranta del mondo tutte queste cose non le avevo capite. Primo colpivo la palla sempre con molta potenza ma senza preoccuparmi di dove andasse la palla. Ora riesco a capire meglio quando è il momento per colpire la palla più forte, quando invece occorre eseguire un colpo interlocutorio o quando semplicemente è il caso difendersi.

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