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Intervista a Salvatore Maria Righi. Ci racconta la Banda della Magliana

di Egizio Trombetta - 16 Gennaio 2008 

Salvatore Maria Righi è un giornalista del giornale Unità. Recentemente ha pubblicato un articolo sulla storia della Banda della Magliana che ho riproposto sul blog. Cerco di saperne qualcosa di più e gli faccio qualche domanda. Salvatore, se avessi incontrato a casa di amici in comune Antonio Mancini, avresti mai potuto immaginare che potesse essere stato un criminale di quel calibro? - Il passato di un uomo non è un tatuaggio, anche se Nino Mancini ne ha le braccia ricoperte. Ed è quello, per chi lo sa leggere, l'unico indizio di una vita contromano, come si potrebbe definire quella di chi ha partecipato alla Banda della Magliana. E’ anche vero che c'è chi porta i tatuaggi sulla pelle, e chi sotto di essa, ma questa non è farina del mio sacco. Lo ha detto Danilo Abbruciati all'amico Mancini, e credo che comunque la si pensi, sia una gran bella definizione sul bene, sul male e sul loro talvolta morboso abbracciarsi.

Cosa ne pensi sul presunto coinvolgimento del fratello di Berlusconi? – Su queste tematiche ci sono decine di faldoni sepolti negli archivi dei tribunali e svariate pagine di inchiesta vergate da alcuni, non tanti per la verità, colleghi testardi e coraggiosi. Mi pare emblematico quanto mi ha raccontato Mancini: a pronunciare quel nome, ma vale anche per altri, i giudici facevano spallucce e si giravano dall’altra parte. Vale sempre, penso, quanto Tommaso Buscetta disse ai magistrati siciliani durante la sua lunga confessione: di politica non parlo, perché tanto non mi credereste e diventerei un pazzo. E la vita di un pazzo non vale molto

Queste persone mi è sembrato di aver capito che avessero una loro etica. Ci parli un pochino della loro etica? Che regole rispettavano? - L’etica non ha colore e non ha copyright, altrimenti è un’etichetta. A qualcuno parrà strano, ma anche la malavita ha le sue regole, o forse meglio dire aveva. E’ uno dei tanti mondi che ci sono al mondo, del resto, e come gli altri ha subìto l’onta del tempo che passa e non sempre migliora le cose, anzi. Per linguaggio, azioni e pensieri, la Banda della Magliana e i suoi attori appartengono ormai ad un’epoca consegnata agli storici, più che ai giornalisti. Perché il mondo gira in fretta e brucia sempre più velocemente il tempo. Quello era ancora e solo un gioco di guardie e ladri, anche se abbondava già tutto il resto: droga, speculazioni, corruzione, per non parlare delle trame oscure e dei collegamenti inquietanti. Si ammazzava e si moriva, ma dentro un copione che tutti conoscevano e rispettavano. E dentro un perimetro che al resto delle persone era invisibile e impermeabile. Perché la legge del più forte non contemplava mai l’annullamento del più debole, come invece succede sempre più spesso ai giorni nostri.

Ma non hai avuto paura a scrivere certe cose?La maggior parte delle cose che ho scritto trovano riscontro negli atti dei diversi processi che sono stati fatti alla Banda della Magliana e ai suoi protagonisti. In questo senso non sono certo delle novità, ma per togliere il velo a certi coni d’ombra ormai trentennali ci vuole soprattutto perseveranza. Il coraggio serve casomai per cogliere i link, che ci sono e sono profondi, col nostro presente.

Mi racconteresti un aneddoto che non messo nel tuo articolo?Una circostanza che restituisce molto bene la cifra di quel tipo di malavita e di mondo che ormai non c’è più, come dicevo prima. La Banda della Magliana controllava diversi locali notturni e altrettante sale da gioco, sia in modo diretto che indirettamente, ma pagava sempre il conto delle proprie consumazioni. Ogni volta che c’era un’uscita in un night club non si alzavano dal tavolo senza pagare lo champagne e le ostriche, anzi lo pretendevano anche di fronte a gestori che si aspettavano ben altro comportamento. Senza andare lontano, quello per esempio dei camorristi che nel loro essere malavitosi avevano – e hanno ancora, secondo Mancini – tutt’altro Dna.  

Leggendo la tua storia sono rimasto affascinato dal personaggio che si chiama Marcello Colafigli. Sai dirmi qualcosa di più?Le cronache e le inchieste non lasciano dubbi: uno dei pilastri della banda. Un omone che era una micidiale macchina da crimine, per come sparava e per come si muoveva, ma anche una persona di un’insospettabile fragilità psicologica. Tanto che è stato l’unico del gruppo ad essere giudicato per una parziale infermità mentale, che gli ha spalancato – invece che le porte del carcere – quelle del manicomio criminale. Antonio Mancini lo ricorda come un bambino con la prestanza di un peso massimo: una figura quasi felliniana.

Cosa sai del bar di via Chiabrera? E vero che faceva che era il loro centro di comando? Sì, è risaputo e risulta anche dagli atti dell’inchiesta, oltre che dalle loro deposizioni. Proprio lì, in quell’anonimo locale di uno tranquillo quartiere di Roma, c’era il quartier generale di una delle più potenti e organizzate bande della storia italiana. Davanti a quel bar, dove venivano spesso decise le strategie, i colpi e a volte le esecuzioni, erano spesso parcheggiate fuoriserie e moto di grossa cilindrata, a fianco delle utilitarie dei residenti e tra il via vai di bambini e casalinghe. Era l’unica stonatura in un quadro senza cose fuori posto, perché la banda viveva la città in apnea. O meglio, in modo camaleontico, silenzioso e assolutamente discreto. Lontana anni luce dal chiasso, dalle bravate e dalla ricerca dei riflettori che – per dirne uno - amava invece Renè Vallanzasca, che proprio in quegli anni incarnava un modello opposto di bandito.

Anche se è passato qualche anno, parlare della Banda della Magliana è sempre difficile. Hai dovuto affrontare delle difficoltà per poter pubblicare l’articolo?Tante e articolate, ma non poteva che essere così, durante il lavoro di redazione e di scrittura, per vagliare le cose e per scremare l’enorme quantità di fatti, aneddoti e vita vissuta che continua a sgorgare da questa storia. Che, ripeto, è finita ma non passata, e continua a proiettare la sua ombra sul presente.

Personalmente mi sono emozionato quando ho letto di Aldo Moro… ma cosa si saranno detti Abbatino e De Pedis e Flaminio Piccoli a Ponte Marconi? A quanto pare, gli hanno detto semplicemente quello che l’onorevole si aspettava di sentire, cioè dove si trovasse la prigione dello statista prigioniero dei brigatisti. Era questo, ha confermato una volta di più Mancini, il mandato che la Democrazia Cristiana aveva fatto arrivare alla banda. Che aveva capito con formidabile anticipo sui tempi e con molta realpolitik l’importanza dello scambio di favori tra la politica, gli affari e le zone scure della società. Mondi sempre più tangenti a partire proprio da quegli anni, come rammentano i personaggi e i fatti che ciclicamente da allora ritornano alla ribalta.  E nella storia, tutt’ora poco conosciuta,  della Banda della Magliana come manovalanza e appoggio logistico per i poteri più o meno forti e più o meno istituzionali di questo paese.  Che rapporto hai ora col Mancini? - Direi buono, basato reciprocamente su fiducia e rispetto. Da giornalista ho cercato semplicemente di raccontare in breve la sua storia, che a mio avviso coincide anche con un segmento non trascurabile di storia italiana. Mi ha sorpreso la facilità con cui assorbe e rilascia emozioni ed informazioni: è una vera e propria “spugna” che coglie al volo la palla e la tocca al volo di prima, facendo un paragone leggero. La sua esperienza con i portatori di handicap, i “dolenti” come li chiama lui, conferma che le persone hanno davvero molte sfaccettature. Più raramente, come Mancini, hanno anche una sola faccia. Buona o cattiva che sia.

Che rapporto hai ora col Mancini? - Direi buono, basato reciprocamente su fiducia e rispetto. Da giornalista ho cercato semplicemente di raccontare in breve la sua storia, che a mio avviso coincide anche con un segmento non trascurabile di storia italiana. Mi ha sorpreso la facilità con cui assorbe e rilascia emozioni ed informazioni: è una vera e propria “spugna” che coglie al volo la palla e la tocca al volo di prima, facendo un paragone leggero. La sua esperienza con i portatori di handicap, i “dolenti” come li chiama lui, conferma che le persone hanno davvero molte sfaccettature. Più raramente, come Mancini, hanno anche una sola faccia. Buona o cattiva che sia.
Commenti
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Lucia iungo  - sono curiosa     |27-01-2008 14:00:39
So molto poco dell'argomento mi piacerebbe saperne dipiù...Ho capito bene: il
rapimento di Moro commissionato dalla DC, da Flaminio Piccoli?

ciao
Sal  - Moro   |27-01-2008 16:22:47
se posso provare a risponderti, visto che il pezzo e l'intervista sono mie, il
caso Aldo Moro è uno dei grandi buchi neri della storia italiana del dopoguerra.


Che la DC, il suo partito, non abbia fatto tutto il possibile per salvarlo
lo dicono tanti, quasi tutti

Che il suo rapimento sia stato commissionato
proprio dallo scudocrociato no, non si può dire, perché mancano le prove: è
un'ipotesi, l'hanno fatta, e riguarda il famoso compromesso storico col Pci che
appunto non sarebbe piaciuto al resto del partito, restio a portare al governo i
comunisti

Ma che esponenti della DC, i vertici anzi, abbiano dato mandato
tramite emissari dei servizi o di chissà quale settore deviato dello Stato per
sapere dove fosse tenuto prigioniero, questo emerge dalle carte della Banda
della Magliana

Sono stati proprio loro, gli ormai "estinti"
malavitosi di quella Roma e di quell'Italia ormai in bianconero, a cercarlo per
conto del partito dello statista: questo, almeno, è quello che hanno raccontato
ai magistrati

Aggiungendo, come ho scritto, che il covo dove i terroristi
tenevano prigioniero lo statista lo avevano trovato, e l'avevano anche fatto
presente a Flaminio Piccoli.

A quanto ne so, peraltro, nessuno ha mai
smentito queste confessioni dei pentiti della Magliana

E se è vero, se le
cose sono andate davvero così, è fin troppo facile tirare le
conclusioni..

regards
egizio  - considerazioni sui commenti   |28-01-2008 09:17:02
Vorrei fare un appunto ai lettori di questo blog. Qualsiasi commento si voglia
lasciare alla fine di ogni articolo, non deve assumere toni trascendentali,
altrimenti mi trovo nella condizione di non poterlo pubblicare. C'è liberta di
espressione e tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione, ma nel
modo giusto sebbene si vogliano esprimere dei concetti di una certa importanza.
saluti. egizio (moderatore del blog)
Lucia Iungo   |29-01-2008 20:13:03
Grazie, non sapevo, ora comprendo certi atteggiamenti dei familiari di Moro
verso il partito.
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