Scoperto il modellino della Pietà

 

 

    

Di Egizio Trombetta - 31.12.2010. “Ho trovato il modellino della Pietà di Michelangelo”, è quanto afferma Roy Doliner, americano, studioso di storia dell’arte, delle religioni e dell’antica Roma. Il suo saggio, I segreti della Sistina, scritto insieme a Bejamin Blech, è un bestseller internazionale, uscito in più di venticinque paesi e in quindici lingue. Doliner ci spiega i motivi delle sue convinzioni. Articolo realizzato in collaborazione di OK Arte

    

 Doliner, lei dice di aver  scoperto il modellino che Michelangelo usò per proporre la celebre Pietà Vaticana?  “Non sono la prima persona a dire che questa statua sia di Michelangelo, però sono la prima persona a fornire le prove concrete che quella statua sia di Michelangelo. Altri studiosi sostengono che si tratta di una statua di Andrea Bregno che all’epoca era considerato lo scultore numero uno di Roma nel tardo quattrocento.  Tutto qua.”Quando inizia la vicenda di questa statua? “Durante un periodo di riposo a Roma mi arriva una mail da parte di un collezionista italiano, che mi chiedeva di interpretare alcuni  segni misteriosi sul retro di una statua in suo possesso. Questi segni, trovati durante il restauro, assomigliavano a delle
lettere ebraiche, è per questo che mi ha chiamato. Tutti quanti gli esperti, tranne la dottoressa Gardelli  giudicarono questi segni tramite le foto. Decisi così di affrontare un lungo viaggio per osservare da vicino la statua”La statua si trova in Italia? “Si, la statua si trova in Italia”Mi può dire il nome del collezionista? “No, non posso farlo, per ragioni di sicurezza. Mi spiego meglio: se io ho ragione, questa statua può valere come minimo duecento milioni di euro o trecento milioni di euro. Non posso rivelare ne il nome del collezionista ne dove si trova la statua in questo momento, sarebbe troppo rischioso”Quando fu ritrovata questa statua? “Il collezionista la ritrovò nel 2002 in piccolo negozio di antichità, in Italia.  La statua si trovava in un armadio, per terra, dentro una scatola di cartone ammuffita.  La statua non era come appare ora, si sono resi necessari tre anni di restauri eseguiti dalla dottoressa Loredana Di Marzio. Le spese del restauro furono  completamente a carico del collezionista. La statua fu ripulita, fra l’altro, da ben nove strati di dipintura.

Addirittura la dottoressa Di Marzio ripulì la statua da colla e persino dal nastro adesivo che sarebbe servito, presumibilmente, per tenere insieme la statua . E’ stato, posso dire, un lavoro d’amore da parte della restauratrice. Sembrava essere a prima vista di un’opera del settecento o ottocento.”

E invece? “Invece dagli esami di datazione radiometrica di termoluminescenza condotti dalla dottoressa Giuliana Gardelli e pubblicate in un libro del 2007 emerge che la statua risale a una data fra il 1473 il 1496. Quindi si tratta di una data appena precedente della Pietà del Vaticano. Sono state eseguite inoltre svariati altri esami e radiografie”

Perché è stato un lavoro d’amore della restauratrice? “Lei mi ha detto che i primi mesi non osava fare niente con la statua. La guardava, la fissava, ma aveva il timore di danneggiarla, dal momento che la statua è  di terracotta ed e quindi molto fragile. Il collezionista gli chiedeva notizie sullo stato del restauro e lei non sapeva come rispondere”

Ma la Gardelli cosa sostiene? “La Gardelli ha sempre sostenuto che si tratta di un’opera di Andrea Bregno e Michelangelo si ispirò a questa statua. Questa teoria fa acqua da tutte le parti. Prima di tutto la tecnica usata per questa statua sta avanti anni luce da quella del Bregno… Lui era incapace di riprodurre l’anatomia come Buonarroti, abbiamo diversi esempi. Ripeto, Michelangelo aveva una padronanza assoluta dell’anatomia, come nessun altro scultore dell’epoca, anche grazie alle dissezioni illecite che praticava su cadaveri all’obitorio della chiesa di Santo Spirito a Firenze.  Bregno non aveva questa padronanza infatti copriva abbondantemente col panneggio le proprie figure. Io fornisco nel mio libro esempi di figure dell’anatomia sproporzionata di Andra Bregno.Lui copriva la sua incapacità col panneggio.  Io Bregno lo chiamo l’IKEA dei monumenti funebri di Roma. Vuole sapere il perché? Lui faceva un disegno e lo replicava tantissime volte per le tombe funebri che creava. Però cambiava sempre un piccolo dettaglio, magari un santino la, una nicchia la. Certamente cambiava l’iscrizione. Però era praticamente lo stesso monumento funebre parietale”

E quei segni misteriosi che assomigliano alle lettere ebraiche? “Dopo un attenta analisi mi sento di escludere l’ipotesi delle lettere ebraiche. Quei segni sono stati causati da un piedistallo usato per sorreggere le ali in fase di cottura”

Ogni attribuzione ha bisogno di un periodo di “collaudo”. Quali sarebbero secondo lei i successivi gli step da seguire per essere riconosciuta ufficialmente come una statua di Michelangelo Buonarroti? “Sarà necessario che l’opera venga presa in considerazione da altri professionisti, che semmai dovranno fornire le prove al contrario per smentirmi. Per ora per me sarebbe già una vittoria che se ne parli”

Doliner, ha altri indizi? “Ne ho tanti ancora. Un altro che le posso anticipare riguarda le misure. Bregno era romano di adozione quindi lavorava con misure romane. Michelangelo lavorava con quelle fiorentine. L’unità di misura era il braccio fiorentino, poco più di 58 cm. Ma lo sa lei quanto è lunga la base del modellino?”

No, quanto è lunga? “58, 3 centimetri! Esattamente un braccio fiorentino, solo un artista fiorentino avrebbe fatto una statua così. Ci sono documenti che provano che Michelangelo faceva modelli della grandezza di un braccio fiorentino”

Bene, ma dice di averne tanti di indizi, me ne dica un altro. “Va bene. Nella statua fu identificata da diversi studiosi la figura di un angioletto, un putto praticamente. Ma non si tratta di un angioletto, bensì di un Cupido! E’ un Eros, ovvero un simbolo pagano. Stiamo parlando di neoplatonismo! Ma chi avrebbe avuto sia la convinzione che il coraggio di inserire un simbolo in una prototipo per una tomba nei pressi del Vaticano?”

Ma perche è convinto che quella figura raffigura un Cupido anziché un Putto? “Perché la figura ha un balteo, una cintura portata a tracolla”

A questo punto mancherebbero solo delle fonti documentarie. “Ma ci sono! Le illustrerò nel mio libro edito dalla Ded’A che uscirà prossimamente. Si intitola “Il mistero velato“. La dottoressa Gardelli ha provato con un documento che questa statua si chiama La Madonna della Febbre esattamente come si chiamava inizialmente la Pietà che si trova ora in Vaticano. La Madonna della Febbre è il primo nome della Pietà Vaticana. Nei documenti di una causa legale che ci fu dopo la morte di Michelangelo abbiamo un’ulteriore prova che la il modellino in questione è di Michelangelo Buonarroti. In questa causa che ci fu tra due assistenti superstiti della bottega di Michelangelo, si discusse sulla proprietà di tre opere date in eredità ad un’assistente di Michelangelo. La causa durò sei anni. Fra le tre opere, una di esse viene chiamata: il Modello della Madonna della Febbre.  Anche secondo la Gardelli, il modello menzionato durante la causa è la statua in questione ”

La Gardelli dunque, pur attribuendo la statua a Bregno ha fornito un documento utile. “Si, lei ha trovato tanti documenti utili. Lei è una persona molto intelligente, in realtà pensò anche a Michelangelo, ma alla fine ha concluso a favore di Bregno. Io concludo a favore di Michelangelo"

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Gerardo Pecci  - La "Pietà" ritrovata?   |05-01-2011 19:54:19
Ho ascoltato con molta attenzione l'intervista che l'amico Trombetta ha fatto
allo studioso statunitense Doliner. Come tutti i momenti in cui si fanno delle
ipotesi attributive è chiaro che la statuetta in terracotta potrebbe suscitare
delle attenzioni nel mondo degli storici dell'arte, sia in senso negativo che in
quello positivo. Capisco pure che l'anonimato del possessore dell'opera deve
essere garantito; ma perché ci possa essere un serio confronto tra gli studiosi
è assolutamente indispensabile che l'opera d'arte venga vista di persona, dal
vero, e non certamente attraverso riproduzioni fotografiche nell'opera che il
Doliner ha pubblicato o nel primo volume che l'ha resa nota. Quindi il
dibattito, se ci dovesse essere, dovrà svolgersi esclusivamente attraverso la
conoscenza diretta dell'opera e non attraverso sterili riproduzioni
fotografiche, per quanto possano essere anche di qualità e ad altissima
definizione. Non ci può essere alcun giudizio se non attraverso il contatto e la
visione diretta e personale dell'opera originale. Diversamente non ha alcun
senso aprire alcun discorso attribuzionistico o soltanto ipotetico sulla vera
paternità dell'opera. E comunque in questi casi è doveroso andare con i piedi di
piombo. Servono riscontri diretti e indiretti, un incrociarsi di dati di natura
scientifica e di natura filologica e archivistica prima di poter dare un
giudizio netto e far pendere la bilancia verso la paternità michelangiolesca
oppure verso la confutazione delle tesi sostenute da Doliner.Quindi, come
richiede la scientificità di un'analisi storico-artistica corretta, ci vuole
molta attenzione e molta prudenza, ma soprattutto molta umiltà nei confronti di
un'opera d'arte. E' bene conoscere direttamente il proprietario dell'opera e
poterla vedere altrimenti è meglio non iniziare neanche un dibattito
attribuzionistico che non può sostenersi sulle tesi di Tizio, di Caio o di
Sempronio se essi non hanno visionato personalmente l'opera, l'originale, che è
sempre insostituibile. Nessuna fotografia renderà mai la realtà fisica e
artistica dell'opera. Auguri a Doliner per la sua pubblicazione e la sua ipotesi
attributiva. Un caro saluto a Egizio. Gerardo Pecci.
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