Come evitare l’uso “improprio” del congiuntivo imperfetto alla fine di ogni triste storia!  

 

Di Egizio Trombetta  

03.06.2008. Se avessi fatto qualcosa di più… Questo mi sono chiesto durante il week-end lungo del 2 Giugno appena trascorso. Mentre l’altra mattina ero intento a “postare” un pensiero per ricordare Agostino Di Bartolomei, morto suicida del ’94, un mio collega stava probabilmente meditando di  uscire di scena in modo analogo a quello scelto dell’ex calciatore della Roma. Ebbene, il collega in questione, di cui preferisco non menzionare il nome, concretizzava la sua idea all’ora di pranzo. Verso le 13, saliva dunque al secondo piano dell’edificio e si lanciava nel vuoto… c’è chi dice di schiena. Finito di pranzare sono state le chiacchiere di corridoio ad informarci di quanto accaduto nel cortile principale dell’azienda. Tornato in stanza c’erano ancora le sue cose, il suo computer, la sua bella giacca di pelle e il suo libro da dba. 

  

Un’incredibile mancanza di energia, oltre che le lacrime, mi hanno accompagnato per tutto il pomeriggio del 30 maggio, un giorno maledetto mi verrebbe da dire a questo punto, visti i precedenti. Lui al momento non se ne è ancora andato, ma la permanenza in questo "tour" rimane alquanto incerta.

“E se avessi fatto di più per conoscerlo”, “se mi fossi comportato con lui come di solito facevo…”, sono i pensieri che hanno risuonato dentro di me durante tutto il giorno 30 e nei giorni immediatamente successivi. Se gli avessi dato più confidenza, se avessi fatto qualcosa per coinvolgerlo, chissà… forse mi avrebbe confidato qualcuno dei suoi problemi… ed io… chissà… forse avrei detto qualcosa di illuminante… Sarà solo uno dei miei innumerevoli voli Pindarici? Non lo so! Ma un egocentrico come me ama pensare che forse un proprio gesto possa essere decisivo per l'altrui sorte. Mi piace pensare ad esempio, che la prostituta che di solito “batteva” sul marciapiede a ridosso dell’azienda abbia smesso per quel che gli ho detto una sera mentre uscivo da lavoro. Quella sera avevo parcheggiato vicino il suo "posto di lavoro" e mentre mi organizzavo a partire con lo scooter mi è capitato di scambiare con lei qualche parola. Mi piace cullarmi nel pensiero che forse un giorno, chissà dove, l’incontrerò di nuovo e lei mi dirà che smise di fare la "vita" per quanto sono stato capace di dirgli io. Era poco meno di un mese che il collega prestava la sua collaborazione nel stesso team e per quel che ho saputo doveva essere proprio venerdì scorso il suo ultimo giorno di lavoro, pare avesse deciso di seguire il suo cuore e recarsi in Germania, dove c’erano ad aspettarlo (?) la sua ragazza e un suo figlioletto appena nato.  Provo vergogna se penso di essermi adeguato in più di un’occasione al comportamento cinico e menefreghista solito per la gran parte degli individui che mi circondano. Mi riferisco sia all’ambiente lavorativo e non. Mi vergogno per essermi a volte rinchiuso a riccio e non essere stato in grado di accogliere con spirito caritatevole l’eventuale “segnale” del fratello che si trova in difficoltà. Ecco, mi vergogno di non aver capito razionalmente e coscientemente (perché forse inconsciamente l’avevo capito) che a tre scrivanie di distanza era seduta un’anima inquieta, che altro non voleva, forse, che essere ascoltata e capita. Mi chiedo infine se è un caso che abbia scelto proprio l’ora di pranzo per attuare il piano  che aveva in mente forse da un po' (si sarà sentito solo con i suoi problemi?).

Dicevo ad un mio collega più giovane, il coraggio non sta ne buttarsi dal secondo piano, ma nel prendere in spalle la propria croce e insieme portarsi dietro il peso della propria vita, che magari sarà pure una vita di merda, ma credo che non c’è vita di merda per cui non valga veramente la pena di averla vissuta… E forse è proprio questo il punto focale: arrivare a pensare, con l’aiuto colpevole dell’ambiente circostante, che in fondo la vita proprio non vale la pena essere vissuta. 

Ci vuole infine coraggio e impegno per sapere dove c’è bisogno e soprattutto chi a bisogno, anche a costo di essere fraintesi. La vecchia regolina secondo la quale bisogna sempre optare per il male minore altro non è che il metodo  più sicuro per evitare di usare “impropriamente” il congiuntivo imperfetto alla fine di ogni triste storia.
Commenti
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Anonimo   |03-06-2008 14:56:53
:(
Alfonso Vacca  - Mi hai scioccato !!!     |10-06-2008 07:42:33
Ciao Egizio.
Questa mattina mi sono detto: "Fammi vedere il sito di Eg...
Anvedi 'sto cazzaro ha messo 'na foto dell'ufficio !"
Poi ha letto il post e
mi sono gelato !
F. mi ha detto che si tratta di un collega arrivato in ufficio
dopo che ce ne siamo andati, ma la cosa mi ha colpito molto lo
stesso.
Soprattutto sono rimasto colpito dalle tue parole che mi hanno fatto
riflettere, tutti dovremmo cercare di fare un po' di più per chi ci sta intorno,
e pensare che basterebbe tanto poco per non far sentire così sola una persona
!
Ma sai, il lavoro è l'egoismo che porta con se vengono prima di tutto !!!
egizio   |10-06-2008 07:54:43
ciao Alfi, caro.
la cosa che mi ha scioccato di più e sapere dopo una settimana
una...che lui era della mia stessa società... la mia reazione è stata furibonda
e chissà che non la pagherò in qualche modo. Trovo tristi che molte aziende
tendano a disgregare con tutte le loro forze i rapporti fra i loro stessi
"dipendenti"... è assurdo come una società già disgregata di suo per
un'ovvia instabilità di fondo abbia al suo interno delle figure che alimentano
in maniera incontrollata questo stesso cancro sociale... perchè? per esercitare
maggiormente il controllo, è chiaro, per non trovarsi mai ad avere a che fare
con entità di più di una persona per volta...
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